cantus firmus

Il Signore Gesù non sempre è simpatico e accomodante.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ce lo presenta deciso, fermo e scostante!
Non cerca compromessi con i Samaritani che non lo accolgono;
a chi vuole seguirlo chiede cose che sembrano addirittura disumane.
Non sembra essere il Gesù che ci aspettiamo!
È che qui san Luca ci presenta un aspetto importante della vita cristiana
– un aspetto a cui lui tiene molto, se cui torna anche negli Atti –
e quest’aspetto è la radicalità con cui bisogna vivere la fede e il Vangelo.

Ora, però, intrisi come siamo di puritanesimo, senza accorgercene
potremmo pensare che la radicalità di Gesù sia l’intransigenza di chi si indigna
oppure potremmo scambiarla per un’opzione ideologica o di scelta di vita
non so, come il vegetarianismo, o il comunismo militante.
Non è neanche un estremismo religioso.
Molto più banalmente è decidere una meta e dirigersi verso di essa
mettendo da parte ogni cosa – pur buona e utile – per quello.
Somiglia molto di più, questa radicalità del Vangelo, alle decisioni di vita
che uno talvolta prende e cui si rimane fedeli nonostante tante altre cose.

Questo è importante per comprendere bene come anche noi
– perché Gesù lo chiede a quelli che vogliono seguirlo di avere la stessa radicalità –
per comprendere come possiamo e dobbiamo essere autentici discepoli di Gesù.
Se il credente compie scelte di vita, di pensiero e di comportamento
non è per convinzione, per adesione ad un partito o per desideri ascetici.
Ma è perché guarda ad una meta, è incamminato verso una destinazione.
Desidera raggiungere un obiettivo: la Gerusalemme vera e autentica.

Nel cuore della Chiesa ci sono i monaci e le monache che vivono questo
con esemplarità, cioè in modo che tutti i fedeli possano fare lo stesso imitandoli.
Vivono mettendo da parte ogni cosa e dirigendosi unicamente verso la meta finale della vita e della storia.
I padri del Concilio Vaticano Secondo hanno definito questo come “indole escatologica”
una parolona, che vuol dire appunto questo:
come Gesù anche i consacrati si dirigono verso la Gerusalemme eterna
e tutto subordinano a questo obiettivo, persino gli affetti familiari e tante altre cose buone.

Nella tradizione però questo viene espresso anche con un immagine, possiamo dire.
Quella del “cantus firmus”. Che è, in musica, la melodia di base.
Ma che evoca un canto ostinato. Forse magari sommesso e delicato, ma costante.
Oltre ad evocare l’eternità del canto celeste,
l’immagine del cantus firmus dei monasteri parla anche della radicalità di essere fedeli.
Passano le stagioni della Chiesa, passano i potenti del mondo,
ma i monaci e le monache continuano sempre lo stesso canto a Colui che li ama e li invita a seguirli.
E così anche il Popolo di Dio insieme a loro: rimane sempre in cammino
diretto verso l’unica meta che è il compimento della storia e del mondo!

Noi, così, siamo oggi.
Un Popolo dal canto fermo, deciso come lo sguardo del Signore.
Non per disprezzo del resto, non per coerenza di vita, nemmeno per convinzione.
Noi guardiamo alla meta della vita e seguiamo la voce del Maestro che ci invita: “Seguimi”.
Si, Signore, noi siamo quelli che lasciamo tutto e ti seguiamo.
Noi siamo il Popolo del cantus firmus.
Noi siamo quelli che desideriamo già ora vivere totalmente la tua Pasqua!
Donaci di saper mettere da parte tutto – persino noi stessi! – per venire dietro a te!

Valledacqua, 30 giugno 2019
XIII Domenica del Tempo Ordinario
1Re 19,16.19-21   Sal 15   Gal 5,1.13-18   Lc 9,51-62

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Vita di povertà
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I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.