Caro, salutis cardo

Come ci raggiunge quella che la liturgia più antica della Chiesa chiama “divina misericordia”?
– con un titolo che poi recentemente è stato messo in evidenza da san Giovanni Paolo II
in seguito alle intuizioni mistiche di santa Faustina Kowalska –
Dal Vangelo di oggi lo comprendiamo bene:
attraverso la carne crocifissa e risorta del Signore Gesù.

Questo è un tratto davvero importante e significativo della nostra fede
che, possiamo dire, ci distingue realmente da ogni altra religione.
L’accesso a Dio non avviene attraverso una purificazione tutta interiore
una sorta di estraniamento dal mondo reale e concreto come tende ad essere nelle religioni orientali.
Non avviene neanche attraverso una purità rituale e una coerenza di vita
come spesso avviene nelle religioni pagane o nella spiritualità atea e scientista.
A Dio ci si arriva attraverso la carne.

San Giovanni, che pure ha scritto il Vangelo ritenuto più “spirituale”
sottolinea a più riprese questo mistero e questa anomalia della fede cristiana.
Già nel prologo dice che il Verbo si fa carne.
E nel famoso capitolo sesto, quando parla della Eucaristia,
dice che bisogna mangiare la carne e bere il sangue.
Come ci insegnano gli esegeti del testo sacro, il linguaggio è volutamente crudo, brutale.
Non parla di “corpo” (soma) ma proprio di “carne” (sarx).
San Giovanni vuole proprio dare l’idea della materialità del corpo di Gesù.

E Santa Teresa di Gesù, che pure ebbe straordinarie esperienze mistiche,
dona questo consiglio nella sua Autobiografia:
“Per me, ho sempre riconosciuto e tuttora riconosco che non possiamo piacere a Dio,
né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell’Umanità santissima di Cristo,
nel quale ha detto di compiacersi.
Ne ho fatta molte volte l’esperienza, e me l’ha detto Lui stesso
 per cui posso dire di aver veduto che per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta.
Perciò chi lo segue non voglia cercare altra strada,
nemmeno se già al sommo della contemplazione, perché di qui si è sicuri.” (Vita, XXII, 6-7)

I discepoli e san Tommaso non incontrano un Cristo spirituale ed etereo.
Non incontrano un’anima, un fantasma!
Incontrano un corpo che porta ancora vivi i segni della Passione.
Li puoi toccare. Li puoi verificare.
E questo corpo vivente oggi è la Chiesa dove Egli continua a lasciarsi incontrare.
Per con le ferite di una passione che non smette di essere continuata.
Pur nella bruttezza delle colpe di cui alcuni cristiani si macchiano.
Questo corpo sono i poveri, gli oppressi, i sofferenti, i piccoli che sono presenza del Signore per noi!
È solo questa via, la carne vivente di Gesù, che permette a noi di incontrare l’Assoluto, di conoscere Dio.

“Nascondimi nelle tue ferite”, dice una preghiera medievale
usata da sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali
Così lo diciamo anche noi con san Tommaso:
“Mio Signore e mio Dio,
fa’ che trovi nelle tue ferite la via per poter giungere a conoscere il Padre tuo!
Signore nostro e Dio nostro,
proteggici da una fede che mette da parte la tua carne e il tuo sangue!
Donaci, invece, di poter accogliere la tua umanità perfetta e ferita dal peccato degli uomini
Donaci, ora, in questo Santo Sacramento, di incontrare Te
la tua carne benedetta, il tuo sangue che ci dona salvezza!”

Valledacqua, 28 aprile 2019
II domenica di Pasqua o della Divina Misericordia
At 5,12-16   Sal 117   Ap 1,9-11.12-13.17-19   Gv 20,19-31

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I monaci hanno fatto l'Europa,
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un'avventura interiore,
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La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.