essere stelle

cieloValledacqua, 6 gennaio 2019
Epifania del Signore
Is 60,1-6, Sal 71, Ef 3,2-3.5-6, Mt 2,1-12

Uno dei punti fermi di papa Francesco, delineati nella Evangelii Gaudium,
è quello di “avviare processi, più che occupare spazi” (EG,223; AL 261).
Ed è un’intuizione preziosa che può aiutarci a scoprire il senso profondo dell’Epifania
che è la festa della manifestazione del Signore Gesù come salvatore di ogni uomo!

Finora, in effetti, l’annuncio del Vangelo ha comportato anche l’occupare spazi
– qualcuno, moralisticamente, vede in questo una cosa negativa e contraria al Vangelo
   mentre, in realtà, è stato l’unico e vero modo di poter essere fedeli ad esso
   nelle condizioni sociali e storiche che erano comuni a tutti fino al secolo scorso -.
I profondi rivolgimenti della nostra società ci impongono di vivere diversamente
questo “mistero” di cui ci parla san Paolo oggi:
Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità,
a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”!

Bisognerebbe entrare nella mente di un giudeo dell’epoca
per capire la straordinaria grandezza di questo annuncio,
abituati, come erano, a pensare l’eredità, la promessa come esclusive di Israele.

Questo disegno – fare che tutti i popoli, tutte le culture, siano rinnovate dall’incontro col Vangelo –
è la missione propria della Chiesa e di ogni cristiano.
Finora esso ha comportato l’esigenza di avere spazi in cui annunciare la Parola di salvezza
che Gesù è l’unico salvatore di ogni persona.
Ma sempre di più intuiamo che questo non basta più.
Le nuove culture umane non occupano più territori, spazi riconoscibili.
Le nuove culture sono “trasversali” agli spazi e ai luoghi come noi li conosciamo.

Perciò l’indicazione del Papa è davvero preziosa:
dobbiamo attivare quei processi che permettono ad ogni uomo di incontrare Gesù Cristo!
Non basta più mettere una parrocchia in ogni paese.
Non serve più aprire gruppi di catechesi o di volontariato o cori polifonici.
Non vale più trovare alleati o nemici politici con cui allearsi o da contestare.

Occorre, piuttosto, attivare una stella che possa essere scorta.
Occorre accendere luci che brillino nella notte e indichino una via.
Occorre essere lì per chi vuole mettersi in cammino verso il Signore.

Ci sono persone che sempre meno conoscono Gesù Cristo.
Ed ecco non serve mettere insegne;
Non serve nemmeno annacquare il Vangelo per fare numero.
Oggi la Parola di Dio ci insegna che occorre indicare la via.
Occorre semplicemente avviare processi che costruiscano ponti di incontro
tra Dio, che in Gesù si fa trovare, e l’uomo che lo cerca.

Come fecero, al termine del rivolgimento del mondo antico, i monaci in Occidente.
Ecco come ce lo descrive un grande monaco del secolo scorso, dom Gerard Calvet:
I monaci hanno fatto l’Europa, ma non l’hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente, un’avventura interiore,
il cui unico movente è la sete. La sete d’assoluto.
La sete di un altro mondo, di verità e di bellezza, che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco un uomo teso con tutto il suo essere verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile, che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l’immagine, che lo annuncia e lo prefigura”.

Ed eccoci, noi, oggi, allo stesso crocevia:
dinanzi ai tanti magi che oggi scrutano il cielo cercando qualcosa di autentico
noi possiamo essere coloro che indicano la via del Signore
noi possiamo essere coloro che avviano il cammino di chi ha la sete di ciò che non passa!

Noi, oggi, possiamo essere le stelle che indicano il cammino verso il Signore Gesù!

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per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.