estremisti

Spesso si associa la partecipazione alla vita della Chiesa, alle cose di Dio
con l’essere persone che si comportano bene, che sanno comportarsi bene.
Ed è così, in effetti, ci mancherebbe!
Ma si dimentica che quanto più una società è lontana da Dio e dal Vangelo
tanto più i cristiani diventano eversivi, estremisti, inaffidabili, non più omologabili.
È quello che fa scattare, poi, ad un certo punto, il martirio, la persecuzione.
I cristiani sono sempre eversivi, estremisti.
E il Vangelo di oggi ce lo illustra in modo chiaro e inequivocabile.

In una società in cui occorre portare rispetto alla famiglia
In una società in cui la proprietà è essenziale e un valore assoluto
In una società dove chi è ricco è ritenuto in gamba e può permettersi tutto
In una società così, Gesù presenta come ideale
il lasciare tutto, l’abbandonare ogni cosa per seguire Lui.
E non seguirlo – si veda bene – in un progetto di rivoluzione e di sovvertimento
ma essenzialmente per perdere davvero tutto:
per andare con Lui verso la croce… la risurrezione verrà dopo!
È così importante questa cosa per lui che invita a fare i conti
con la propria reale disponibilità a perdere tutto.

Così nessuna correttezza politica, nessuna retorica può essere accettata.
Il cristiano è un estremista, per natura.
Oppure non è cristiano, è un credente che ha fatto compromessi.
Vi faccio un esempio: oggi va di moda questa frase: “Restiamo umani!”
Che ha anche un’accezione accettabile. Ma che il credente non può accettare.
Restare umani è amare se stessi, gli altri, i propri genitori, gli amici…
Restare umani è avere ideali da perseguire per mettere a frutto i propri doni.
E il Signore oggi ci annuncia che chi ama queste cose più di Lui non può essere suo discepolo.
Così che o noi “restiamo umani” o seguiamo il Vangelo.
Il quale ci chiede di superare ciò che è umano per avviarsi verso la santità
che è accogliere in noi la vita divina, la vita del Figlio di Dio.

E così se possiamo stare per un po’
accanto a chi vuole raggiungere obiettivi legittimi, anche nobili e alti,
noi cristiani poi dobbiamo essere eversivi e persino “traditori”
perché ad un certo punto il nostro cammino è altro ed indica la santità.
In questo la vita religiosa – e il suo apprezzamento – indica la misura di questa radicalità
che abita il cuore di un credente e di una comunità cristiana.
Quando, come oggi spesso succede persino negli ambienti di Chiesa,
la vita religiosa è incompresa, calunniata e addirittura valutata solo in base a quanta carità può fare
e non per quello che indica, cioè la meta ultima della vita umana,
quando succede così ci troviamo in una Chiesa che sta rinunciando alla sua profezia
e si sta tramutando in un supporto “spirituale, ad una buona educazione da tenere nella società.

E termino leggendovi una pagina famosa di un grande profeta del secolo scorso, don Lorenzo Milani,
che non ha avuto paura di stare accanto a grandi ideali umani, ma con una profonda coscienza
della radicalità del Vangelo che spinge oltre:

“Il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco,
“installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene […],
“non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te.
“Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso.
“Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene […], quel giorno io ti tradirò.
“Quel giorno finalmente potrò cantare
“l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”.

Valledacqua, 8 settembre 2019
XXIII domenica del tempo ordinario
Sap 9,13-18   Sal 89   Fm 1,9-10.12-17   Lc 14,25-33

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