Il segreto per crescere nella fede

San Paolo e san Timoteo

San Paolo a san Timoteo: “Soffri con me per il Vangelo!”

Marina di Minturno
2 ottobre 2016
XXVII domenica del Tempo Ordinario

Vogliamo anche noi, come gli Apostoli, chiedere al Signore: “Aumenta la nostra fede!”
Vorremmo capire come fare per essere capaci come loro di giungere
Ad avere una fede così grande da superare ogni difficoltà pur di annunciare il Signore a tutti
E addirittura di poter donare la vita per lui nel martirio o nella dedizione piena al Vangelo!
Abbiamo ascoltato, infatti, nella seconda lettura il grande spirito di fede
Con cui san Paolo viveva la sua prigionia, le sue sofferenze per il Vangelo!
Un cammino ci è posto davanti: da un fede debole ad una fede capace di offrire tutto se stessi!
Ma… come fare?
Le due piccole parabole di questo Vangelo ci fanno comprendere il segreto
Per crescere nella fede come gli Apostoli

La prima ci permette di scoprire che occorre avere una fede piccola e piena di fiducia
Sì… piccola come un granello di senape…
Ho scoperto quest’anno che da noi in Europa la senape ha dei semi grandi
Ma in Medio Oriente la senape ha dei semi piccolissimi, quasi una polvere!
La nostra fede, così, non dev’essere ingombrante, granitica, roboante
Ma deve essere piccola, “maneggevole”, umile, semplice
Ma dev’essere chiara, fiduciosa, certa della onnipotenza di Dio
Sì! Persino, in qualche modo, ingenua!
Deve credere che per Dio è possibile che un albero si sradichi da soli e cresca nel mare!
Deve aver fiducia nell’“impossibile” di Dio
Non con potenza e intellettualismi, ma con una semplice fiducia

La seconda parabola, invece, ci fa scoprire che non possiamo vivere con Dio come quegli adolescenti
Che rimproverano ai loro genitori di non servirli, di non dargli quello che serve
L’atteggiamento giusto dell’uomo davanti a Dio è quello del servizio!
Ormai tanta retorica nella Chiesa vorrebbe quasi togliere questa idea dalla nostra testa!
Come se Dio non dobbiamo servirlo, non dobbiamo fare cose per Lui…
Ma questo è davvero pericoloso ed indebolisce la nostra fede!
Perché la fede si esprime nelle opere e le opere delle fede sono il nostro “servizio” per Dio!
La liturgia che noi celebriamo, ad esempio, dai monaci è detta “opus Dei”… cioè “servizio per Dio”
E così anche ogni cosa che noi facciamo mossi dalla fede è sempre un servire Dio e il suo Regno
Solo in questo una persona trova la sua pienezza, la sua autentica “vocazione”
Se non si serve Dio, ma si serve se stessi, o addirittura altre persone o cose
Noi smettiamo di essere persone vere, autentiche
Non siamo più esseri umani, ma diventiamo schiavi del male, del nostro egoismo
Così servire Dio è l’unico modo non solo per essere cristiani e santi
Ma è l’unica via per restare davvero umani, come qualcuno ama dire
O si è servi di Dio o non si è più uomini…

Così attraverso la fiducia serena in Dio e il servizio a Lui
Ognuno di noi può passare da una fede tiepida e incerta
A poter essere compagno di san Paolo e di tutti gli Apostolo
Addirittura nel soffrire per il Vangelo, per l’annuncio della salvezza!
Non come un eroismo cercato e ottenuto, non come una sciagura da sopportare stoicamente
Ma come l’esito della propria fede, del proprio agire per la fede
Come i servi inutili di cui oggi il Vangelo ci ha parlato!

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dalla Regola di vita
Vita di preghiera
A volte, a discrezione della comunità, anche alcuni momenti di preghiera personale possono essere vissuti insieme. Anche in questo caso, tuttavia, ogni membro trova il tempo di significativi momenti di preghiera solitaria.

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.