La “Regula”

Durante i quaranta giorni di eremitaggio a Gerusalemme il Signore mi ha messo nel cuore questa regola di vita. Leggila, accoglila e prega per tutti coloro che saranno chiamati a viverla. francesco
Ecco le diverse parti:

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Introduzione

La “Fraternità di san Bonifacio” riconosce di ricevere dalla Trinità beata una duplice chiamata:

  • vivere, nei luoghi e nei tempi in cui essa si trova, il dono della pace del Cristo
  • evangelizzare – a partire da se stessa – attraverso la partecipazione alla comunione trinitaria vissuta nella Chiesa.

Ogni suo membro ha la grazia di vivere il battesimo in modo radicale. Il suo primo impegno è, perciò, quello di cercare la volontà di Dio nell’attimo presente e rispondervi con gioia e generosità.

La fraternità ha come modello unico il Cristo, che visse senza separazioni una profonda vita di comunione e intimità con il Padre e il peregrinare per l’annuncio della salvezza. Il ministero di Gesù in Galilea è il mistero della sua vita che dona forma ad ogni membro della fraternità; un mistero da approfondire, studiare e vivere con crescente profondità e vitalità. La santa terra di Cafarnao, luogo dove il Signore abitava e da cui partiva per l’annuncio della salvezza, è particolarmente cara ad ogni membro della fraternità.

Nella sua Pasqua, nella città santa di Gerusalemme, offrendo la propria vita e ricevendola in dono dal Padre per la salvezza del mondo, il Signore Gesù ha indissolubilmente unito contemplazione e azione divenendo causa e fonte dell’effusione perenne dello Spirito Santo. Per questo l’Eucaristia domenicale e il Santo Triduo Pasquale sono le solennità in cui la fraternità sa di essere costantemente rinnovata nella sua chiamata e nella fedeltà ad essa.

In modo tutto speciale la fraternità guarda con amore e devozione alla Beata Vergine Maria. In Lei trova realizzato in maniera singolare ed unica, ciò che il Padre desidera e ama nella Chiesa, creatura del suo Spirito di Amore, e in ogni persona, creata per essere immagine del Figlio suo diletto. Perciò, come il discepolo prediletto, vuole accoglierla nella propria casa perché sia maestra nell’ascolto della volontà del Padre, nell’accoglienza dello Spirito Santo e nell’amore tenero e forte verso il suo Figlio, Gesù. Ogni membro della fraternità scopre nell’attenzione materna e nell’intercessione della Vergine sua Madre un sostegno ineguagliabile e insostituibile nella lotta spirituale cui la vita monastica conduce.

La fraternità riconosce in san Bonifacio, vescovo e martire, apostolo della Germania, un riferimento perenne da approfondire e cui sempre ritornare per scoprire le radici della propria chiamata. In modo particolare egli è un punto di riferimento:

  • Per la preminenza dell’Amore di Dio su ogni altra realtà creata
  • Per l’amore alla Chiesa universale, ad ogni Chiesa locale e al Romano Pontefice
  • Per l’importanza della vita monastica e per l’attenzione alla cultura
  • Per il desiderio di peregrinare pro amore Dei e il suo ardore missionario
  • Per lo stile dell’evangelizzazione fondato sulla costituzione di comunità di monaci e monache
  • Per la bellezza della vita fraterna e lo stile di amicizia che la anima
  • Per l’appello continuo alla riforma della propria vita in vista della salvezza
  • Per l’aspirazione a donare la vita al Signore e al suo Vangelo fino all’effusione del sangue

Per queste e altre ragioni la sua amicizia e la sua intercessione sono per ogni membro della fraternità una grande benedizione.

La vita della “Fraternità di San Bonifacio” è una vita monastica e missionaria.

Monastica perché è una vita battesimale vissuta con radicalità attraverso la professione dei consigli evangelici. Ha come priorità la liturgia, l’ascolto della Parola di Dio e la pratica della vita fraterna in cui ciascun membro trova la propria stabilità, il proprio cammino di evangelizzazione e la propria donazione al Padre. Secondo le parole di san Nilo, fondatore del cenobio di Grottaferrata, “il monaco è un angelo: la sua opera è misericordia, pace e sacrificio di lode”. In queste parole ogni membro riconosce il cuore e il fine della sua vocazione monastica.

Missionaria perché si dona alla Chiesa e al mondo al servizio dell’incontro del Vangelo con le persone e le culture di ogni tempo e di ogni luogo. In modo speciale essa esercita questa missione attraverso il lavoro dei suoi membri, l’attenzione contemplativa al mondo in cui vive, i rapporti di amicizia personali e comunitari e attraverso l’attuazione dell’invito del Concilio Vaticano Secondo nel Decreto Ad Gentes al n. 18: “Poiché la vita contemplativa interessa la presenza ecclesiale nella sua forma più piena, è necessario che essa sia costituita dappertutto nelle giovani Chiese”.

Per comunità si intende il singolo gruppo di persone che vive in uno stesso luogo. Per fraternità si intende l’insieme di tutte le comunità che vivono una legittima diversità ma che si riconoscono in queste norme comuni.

Ogni comunità è stabilita su una vita di preghiera, di lavoro, di fraternità e di comunione ecclesiale.

Vita di preghiera

    • Senza l’aiuto della grazia e senza l’unione con il Cristo nulla è possibile. È scritto, infatti, nel libro dei salmi: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode”. E il Signore della vita disse ai suoi discepoli: “Senza di me non potete far nulla”
    • Lo Spirito Santo, autore e garante di ogni carisma, è Colui che anima tutta la vita di preghiera della fraternità. Per questo ogni atto personale e comune di preghiera inizia con un’invocazione dello Spirito Santo: solo animati da Lui possiamo rivolgerci al Padre con la voce del Figlio.
    • La liturgia ritma la vita e sostiene la comunione della comunità e di questa con l’intera Chiesa.
    • Essa è celebrata in una chiesa aperta alla partecipazione attiva di ogni persona che desidera unirsi alla preghiera della comunità. Ordinariamente è la Chiesa locale che affida alla comunità questo luogo di culto.
    • La liturgia è, normalmente, svolta in canto secondo la tradizione monastica.
    • La liturgia comprende 4 momenti quotidiani: la liturgia del mattino, la liturgia del giorno, la liturgia della sera e la liturgia della notte.
    • La preghiera della notte, quando non è una celebrazione vigilare in occasione delle grandi solennità della Chiesa, è ordinariamente celebrata nell’oratorio dalla comunità e dagli ospiti che sono in casa.
    • L’Eucaristia è quotidiana. I membri che non possono partecipare alla liturgia eucaristica della comunità trovano la possibilità di farlo altrove. Se possibile nessun membro della fraternità resti senza partecipare al sacrificio eucaristico quotidiano.
    • L’Eucaristia è celebrata ordinariamente nella liturgia della sera, a meno che esigenze straordinarie non impongono altro.
    • La settimana si articola attorno alla Domenica, giorno primo ed ultimo, memoriale vivo della Pasqua del Signore. In essa la celebrazione eucaristica è vissuta come il luogo rigeneratore di tutta la vita personale e comunitaria.
    • Un giorno della settimana è dedicato alla vita solitaria: in quel giorno la preghiera liturgica è vissuta in comune soltanto in alcuni momenti decisi dalla comunità.
    • Anche nella sua celebrazione solitaria la liturgia non smette di essere comune: è soltanto un modo diverso di vivere la comunione ecclesiale come insegna san Pier Damiani.
    • Con il permesso del responsabile della comunità ogni suo membro può celebrare qualche volta la liturgia in solitudine a condizione questo che non arrechi disagio alla celebrazione comune e che la cosa sia chiaramente straordinaria.
    • Nell’anno la preghiera liturgica è ritmata sulla base del calendario della Chiesa di Roma. La comunità può aggiungere altre celebrazioni di santi (o beati) o di misteri che ritiene importanti ai fini della propria vita spirituale e di comunione ecclesiale.
    • L’esigenza della comunione con tutta la Chiesa e con il popolo d’Israele invita ogni comunità a tenere in grande conto anche le feste delle Chiese orientali, le memorie dei santi patriarchi e profeti, le solennità ebraiche e a inserirle nel proprio calendario annuale.
    • La preghiera personale comprende almeno due momenti quotidiani: la lectio divina della Bibbia e l’adorazione (dell’Eucaristia o della croce). Ad essi si possono aggiungere altre pratiche di pietà come la preghiera del nome di Gesù, il Rosario, la Via crucis, e simili.
    • Il capitolo della comunità decide periodicamente il cammino dellalectio che tutti i membri percorreranno quotidianamente e stabilisce i momenti della condivisione.
    • La lectio divina è il vero cemento della comunione fraterna: ogni membro della comunità la vive con questa coscienza interiore, ben sapendo che solo la casa fondata sulla roccia della Parola del Signore è salda e solida e resiste nella lotta contro le ostilità della vita e gli attacchi del Demonio.
    • I membri della fraternità si affezionano ai testi eucologici, specialmente del Messale e ad altri testi classici della tradizione cristiana come gli Akathistoi, il Te Deum, il Dies irae, l’Adoro te devote e altri. Li leggono e li meditano nella loro preghiera personale con sapienza e libertà di cuore, lasciandosi modellare da essi, ricordando il detto della tradizione: lex orandi, lex credendi.
    • La comunità sceglie la notte del giovedì o del sabato per restare in preghiera secondo l’invito di Gesù: “Vegliate e pregate”. La veglia si svolge nella chiesa aperta perché ogni persona possa unirsi alla preghiera della comunità. Ogni membro della comunità sceglie un’ora per pregare nel silenzio di quella notte e farsi solidale a tutte le notti che si vivono nel mondo.
    • A volte, a discrezione della comunità, anche alcuni momenti di preghiera personale possono essere vissuti insieme. Anche in questo caso, tuttavia, ogni membro trova il tempo di significativi momenti di preghiera solitaria.
    • Questi momenti comuni di preghiera personale sono chiaramente distinti dalla liturgia per la forma e il tempo ad essi dedicati in modo che se ne comprenda immediatamente la diversa importanza.
    • Sono da evitare la pratica comune di devozioni popolari particolari legate ai mesi dell’anno (mese di maggio, mese di giugno, mese di ottobre, ad esempio): le motivazioni del loro uso pastorale non sono applicabili alle necessità spirituali della fraternità. Se qualche membro della comunità vuole vivere queste devozioni lo fa personalmente, in accordo con il proprio (la propria) responsabile e con il consenso della propria guida spirituale.
    • La preghiera personale è vissuta ordinariamente nella propria cella o nell’oratorio della comunità. Tuttavia può essere vissuta anche altrove, specialmente nelle chiese, nelle vie della città dove si vive o nel santuario della creazione.
    • La liturgia e la lectio divina sono la spina dorsale della comunità e la modellano. Sono anche il necessario sostegno alla propria vita di fede e di consacrazione. A meno di gravi motivi non possono essere trascurati.

Vita di lavoro

    • All’uomo è affidato il compito grande e sublime di custodire il giardino bello e grande della creazione. Il Figlio dell’uomo, il Signore Gesù, non si è sottratto a questo impegno durante tutta la sua vita lavorando e servendo ora nella bottega di Giuseppe, ora nell’annuncio del Vangelo. Chi vuole vivere una vita di sequela e imitazione del Cristo non può, dunque, che donare se stesso nell’attività lavorativa con competenza e professionalità, sull’esempio degli apostoli, specialmente dell’apostolo Paolo.
    • Ogni membro della comunità, perciò, ha un’attività lavorativa che compie con zelo e impegno e in cui acquisisce un livello abbastanza alto di professionalità.
    • Il lavoro di ogni membro della comunità è part-time e non impegna per più di 24 ore settimanali.
    • Questa attività è svolta, normalmente, in campo culturale (insegnamento, ricerca, produzione artistica, editoria o altro) o, soprattutto per i chierici, è un servizio pastorale.
    • Nel caso di lavoro dipendente si cerca di armonizzarlo con il ritmo di vita della comunità; nel caso di lavoro in proprio è questo che si modella su quella.
    • Ogni anno la comunità decide, in base agli orari di lavoro dei suoi membri, gli adattamenti necessari per preservare la vita liturgica e la vita comune.
    • I compensi dei lavori (stipendi, vendite o altro) sono messi in comune. La comunità può decidere che una parte, non superiore al 10 %, sia tenuta da chi è intestatario del compenso quando ciò sia necessario alle esigenze del lavoro stesso.
    • Nella formazione dei nuovi membri si ha una cura particolare nel discernere anche la loro “vocazione” lavorativa e, se ancora non l’hanno, si offre loro il tempo e il sostegno necessario per la formazione professionale.
    • Una parte del lavoro è svolta anche per la casa, le necessità comunitarie o le iniziative promosse dalla comunità stessa. Ogni membro della comunità ha, perciò, in casa delle mansioni da svolgere ordinariamente e, nel caso di iniziative comunitarie, ha un incarico specifico perché ogni attività comune sia davvero di tutti e non solo di alcuni.
    • Per quanto possibile, la gestione della casa è a carico dei membri della comunità. Solo per gravi motivi (come l’età avanzata, l’esercizio della carità ecc.) questi servizi sono affidati ad altri.
    • Nel territorio e nel tempo in cui vive ogni comunità è chiamata a essere un “laboratorio della fede”, secondo la felice espressione del papa Giovanni Paolo II ai giovani riuniti per il Giubileo dell’anno 2000. In tale prospettiva la comunità progetta e realizza delle iniziative particolari.
    • Le iniziative possono essere di tipo religioso o culturale. In queste iniziative si utilizza lo strumento del dialogo, secondo l’insegnamento del papa Paolo VI nella Ecclesiam Suam.
    • In tutto, l’attività di lavoro, compreso quello svolto per la comunità, non è inferiore alle 6 ore e non supera 8 ore in una giornata. Chi è responsabile della comunità veglia attentamente su questo aspetto.
    • La Domenica è il giorno del Signore ed è dedicato al grande lavoro della carità, frutto della Pasqua. La preghiera, la vita fraterna e la comunione con gli altri lo caratterizzano totalmente. Per questo si evita ogni lavoro professionale e si limita quello casalingo al necessario.

Vita fraterna

    • La vita fraterna ha come fine il dono della pace. La pace è dono della Croce del Cristo, con cui egli ha infranto ogni muro di separazione; della sua Risurrezione, in cui Egli è stato costituito dal Padre giusto giudice di ogni realtà creata e della Pentecoste, quando lo Spirito Santo è stato donato in pienezza alla Chiesa ed essa è divenuta casa per tutte le nazioni.
    • Tuttavia la pace non si acquista con immediatezza ma attraverso il lavoro faticoso e attento di ogni membro della fraternità su se stesso, di ogni comunità al suo interno e di tutti i membri e le comunità fra di loro.
    • La Regola Monasteriorum del santo padre Benedetto, di cui tutti i monaci occidentali sono figli, in modo speciale il suo prologo, e leRegole di san Basilio, che spesso regolano la vita monastica nelle Chiese orientali, sono un costante punto di riferimento e di meditazione per tutti i membri della fraternità.
    • Il dono della pace consiste, alla fine, nell’acquisizione dello Spirito Santo, che, secondo le parole del santo monaco Serafino di Sarov, è il fine di ogni vita cristiana e monastica.
    • Un elemento certo di discernimento del cammino verso la pace e della lotta contro il male è il famoso detto dei padri del deserto: “L’umiltà non è uno dei cibi del banchetto, ma il condimento di ogni vivanda”.

Composizione della comunità

    • Come insegna il grande santo di Assisi, Francesco, ogni membro della fraternità è un dono ricevuto dalla misericordia di Dio, sia che resti in forma definitiva sia che sia compagno o compagna di cammino per qualche tempo.
    • Ogni comunità è formata da uomini o da donne battezzati, appartenenti alla Chiesa Cattolica e che hanno almeno 21 anni. Gli uomini possono appartenere allo stato clericale o meno.
    • Possono essere ammessi anche persone inferiori a quest’età, a norma del Codice di Diritto Canonico, ma non possono pronunciare i voti.
    • Possono far parte della comunità anche persone di altre confessioni cristiane quando siano disposte ad accogliere e vivere tutte e singole le norme di questa regola.
    • Una comunità è tale quando è composta di almeno 3 membri. Ogni comunità non conta più di 12 membri.

Abitazione e stile di vita

    • I membri della comunità si comportano tra loro come fratelli (o come sorelle) senza preferenze e senza inutili formalismi. Si chiamano per nome, hanno gli uni per gli altri attenzione, stima e accoglienza massima e crescono giorno per giorno nell’amicizia reciproca.
    • La comunità abita in una casa in cui ci sono, se possibile, un oratorio comune (oltre alla chiesa), una biblioteca, una sala per il capitolo, delle salette per l’accoglienza, una cucina con refettorio, le celle per ciascun membro e almeno una cella in più per accogliere ospiti.
    • Ordinariamente la casa non è di proprietà della comunità, né della fraternità. Essa non è isolata, ma è collocata in un ambiente urbano o nelle sue immediate vicinanze.
    • Il luogo ordinario della vita fraterna è la giornata in ogni suo momento. Il suo stile di fondo è l’amicizia fraterna, secondo la più autentica tradizione monastica. Anche la “vita di cella” rientra in questo: nessuno può essere davvero amico degli altri se non è amico di se stesso e del suo Creatore.
    • Ogni membro della comunità ha una propria cella, possibilmente con un piccolo oratorio e il bagno personale. In essa trascorre un tempo abbastanza lungo nella giornata seguendo l’insegnamento dei padri del deserto: “Resta seduto nella tua cella: essa ti insegnerà ogni cosa”
    • Nella cella non possono entrare altre persone se non la persona cui è assegnata e, in casi eccezionali, il responsabile della comunità. Ogni incontro, anche tra membri della fraternità, è bene che avvenga in luoghi deputati a questo e che la comunità avrà cura di individuare.
    • Nella casa della comunità si mantiene un clima di silenzio. La comunità determina i momenti e i luoghi in cui vivere il silenzio, di modo che esso sia un’esigenza chiara della vita comune e si coniughi sapientemente al dovere della comunione e dell’accoglienza.

Strutture di comunione

    • Il Signore Gesù ha legato l’efficacia di ogni evangelizzazione all’amore reciproco, alla comunione tra i suoi discepoli e la tradizione monastica è stata sempre e ovunque scuola di fraternità vera ed esigente. Lo scopo ultimo per il quale la fraternità esiste è quello di essere tra gli uomini e nella Chiesa una “parabola di comunione” secondo la bella espressione di frère Roger di Taizé.
    • L’opera del Demonio è volta soprattutto a creare discordia dove dovrebbe esserci l’unione e a dare l’illusione di una falsa pace quando c’è bisogno di franchezza e confronto: quella della comunione è una vera e propria lotta personale e comunitaria.
    • Per questo ogni membro della fraternità avrà a cuore di sentirsi pienamente corresponsabile del bene della comunione fraterna e si spenderà totalmente nell’opera affascinante e faticosa del discernimento comunitario evitando gli opposti scogli del comunitarismo e dell’individualismo.
    • Ogni giorno al mattino ci si riunisce per un breve capitolo comunitario dove si comunicano i momenti speciali della giornata o le cose necessarie allo svolgimento sereno della vita quotidiana.
    • Ogni settimana la comunità si riunisce per un capitolo comune in cui si affrontano e si approfondiscono le basi della vita che si conduce insieme, edificandosi reciprocamente. Si prendono le decisioni comuni e si comunicano le cose che riguardano tutti. Questo è anche il luogo in cui si evidenziano i conflitti, se necessario, e ci si aiuta reciprocamente a viverli nella pace.
    • Durante l’anno si svolgono dei capitoli più ampi per le decisioni più importanti e per approfondire alcuni temi legati alla vita che si conduce, o anche per avere momenti di fraternità più intensa da soli o con altri.
    • Ogni anno, infine, la comunità si ritrova per qualche giorno per un periodo di discernimento e di scelte in vista dell’anno sociale che si apre. In questa sede si prendono le decisioni fondamentali per la vita liturgica, comunitaria e professionale.
    • In questo capitolo annuale una parte importante è dedicata al discernimento sull’uso dei beni. In modo particolare si cerca di mantenere una reale povertà di vita personale e comunitaria.
    • Le decisioni in questi momenti sono prese normalmente in maniera unanime.
    • Il ricorso ad una maggioranza significativa o alla decisione autorevole del responsabile della comunità sono momenti eccezionali. In questi casi al più presto si trova una soluzione per vivere di nuovo nella pace. Ogni membro della comunità ha il dovere, soprattutto in questi momenti, di collaborare responsabilmente alla ricomposizione dei contrasti.

Vita di povertà

    • Siccome il Signore Gesù ha scelto la povertà come stile della sua vita tra gli uomini e poiché nulla abbiamo che non abbiamo ricevuto dal Padre, pienamente fiducioso nella provvidenza, ogni membro della fraternità mette tutto il proprio impegno per una vita sobria che risplenda non per l’invidia che suscita, ma per la semplicità che irradia attorno a se.
    • La vita di povertà non è un’opzione ideologica, ma è attuazione del comando del Signore al ricco del Vangelo: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri”. Essa nasce dalla condivisione dei doni ricevuti dal Signore ed è il presupposto di ogni autentica sequela.
    • Ogni membro della fraternità è pronto a vivere la spogliazione più radicale cui la provvidenza del Padre vorrà condurlo.
    • Ogni comunità e ogni membro della fraternità trova i modi per vivere nei fatti un’esistenza povera e sobria.
    • Nei pasti si ha cura di evitare eccessi di ogni tipo e si preferiscono cibi semplici e salutari.
    • Lo scopo del pasto non è soltanto nutrirsi adeguatamente, ma anche quello di assaporare la gioia della vita fraterna e condividerla con altri. La povertà o l’ascesi non siano mai e per nessun membro della comunità un pretesto per evitare di partecipare alla mensa fraterna o sottovalutarla.
    • Ogni membro condivide con la comunità i suoi beni e riceve il necessario per una dignitosa vita personale e per i bisogni della sua attività lavorativa. Sarà suo impegno quello di trovare il modo di avere qualcosa in meno della media delle persone tra le quali vive o lavora.
    • Se a qualche membro è permesso di mantenere una parte delle sue entrate, ne dà conto almeno semestralmente al responsabile della comunità.
    • Ogni comunità sceglie al proprio interno un membro che gestisce i beni e i soldi comuni in stretta collaborazione con il (la) responsabile della comunità.
    • Al capitolo annuale viene presentato un bilancio consuntivo e si redige un bilancio preventivo annuale. In essi ordinariamente si dividono le uscite in tre parti uguali. Una è destinata per il sostegno ai poveri; un’altra parte alle necessità della comunità; e una terza per la liturgia e l’ampliamento della raccolta bibliotecaria e mediale.
    • Il finanziamento di eventuali iniziative della fraternità avviene ordinariamente attraverso contributi esterni o offerte. A tal fin ogni comunità può costituire delle strutture societarie ad hoc come associazioni, fondazioni ecc.
    • Se la comunità intende comunque finanziare delle iniziative, lo fa senza toccare la parte delle uscite destinata ai poveri.
    • Delle entrate è sempre esplicitata la provenienza. Ordinariamente sono soltanto quelle derivanti dal lavoro dei membri della comunità e dalla decima parte delle offerte ricevute.
    • Le offerte che la comunità riceve sono destinate principalmente per la liturgia, l’attenzione ai poveri e le iniziative. Esse sono contabilizzate a parte e la comunità mantiene nella propria gestione economica soltanto la decima parte di esse.
    • Le offerte ricevute dai presbiteri, membri della fraternità, per la celebrazione del sacrificio eucaristico sono accolte volentieri in ossequio alla tradizione della Chiesa e impiegate come qualunque altra offerta. Il capitolo della comunità può disporne un uso specifico.
    • La comunità non accetta donazioni di immobili né lasciti così onerosi da pregiudicare la propria libertà e la propria scelta di povertà.

Vita di obbedienza

    • Come il Figlio dell’uomo, che è stato obbediente in tutto fino alla morte di croce, e sulla scia degli Apostoli, che hanno preferito obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, ogni membro della fraternità mette ogni cura per cercare la volontà di Dio in ogni istante e implora dalla grazia divina la forza di rispondervi con un’obbedienza senza ombre.
    • Ogni membro della comunità è tenuto ad obbedire con le proprie scelte e le proprie azioni a questa regola, a quanto viene stabilito nei capitoli e a quello che il responsabile decide nell’ambito della sua autorità.
    • Ogni membro della comunità ha il dovere personale di approfondire e di superare interiormente il proprio dissenso riguardo alle norme comunitarie che non condivide. In questo può essere di grande aiuto il confronto con la propria guida spirituale e il dialogo sincero con ciascuno dei membri della comunità.
    • Quando dopo questo lavoro di discernimento non giungesse ad accettare le norme comuni, ha il dovere di rendere partecipe l’intera comunità delle ragioni del proprio dissenso. Ne parla con il (la) responsabile della comunità, che può inserire la questione nel capitolo settimanale o in un capitolo ad hoc.
    • Il dissenso non è di per sé nocivo. Anzi, vissuto nello Spirito Santo e governato saggiamente, è forza propulsiva per ogni comunità e può generare una comunione fraterna ancora più grande. La comunità aiuta, perciò, ad esplicitare i dissensi e implora dallo Spirito Santo la grazia del discernimento e della prudenza per chiarirli.
    • Fra di loro i membri della comunità scelgono una persona perché sia il (la) garante delle decisioni comuni e renda agile il corso della vita fraterna. È il (la) responsabile della comunità.
    • La validità del suo mandato è di un anno ed è sempre rinnovabile.
    • La comunità delega al proprio (alla propria) responsabile alcune decisioni pratiche che la riguardano come l’organizzazione della vita comune, i compiti da assegnare, le questioni burocratiche ecc.
    • Il (la) responsabile ha cura di conoscere più profondamente e di dialogare spesso con ciascun membro della comunità: se possibile, legga e mediti la Regola pastorale del santo papa Gregorio Magno. D’altra parte, tutti i membri della comunità gli (le) riconoscono l’autorità che la Chiesa riconosce ai legittimi superiori.
    • Questa persona, una volta confermata dall’Ordinario del luogo, è, a tutti gli effetti del Codice di Diritto Canonico, il (la) superiore della comunità.
    • La comunità provvede a informare immediatamente l’Ordinario del luogo della sua scelta e attende la sua conferma. Nel frattempo la persona scelta resta ed opera come responsabile con la prudenza che la situazione richiede.
    • Il (la) responsabile della comunità provvede a condividere con altri membri alcuni incarichi pratici che sono affidati alle sue cure. La sua scelta sia condivisa dalla comunità.

Vita di castità

    • Secondo il comandamento della Genesi che invita l’uomo e la donna a lasciare il padre e la madre, rivivendo l’invito fatto ad Abramo di lasciare tutto per andare dove Dio indicherà e seguendo l’esempio dei monaci missionari e di san Bonifacio, in particolare, ogni membro della fraternità sceglie di lasciare la propria famiglia d’origine, rinuncia liberamente al matrimonio e accoglie i fratelli e le sorelle della fraternità come la famiglia che il Signore gli (le) dona.
    • Così egli (ella) sarà simile al Signore Gesù che ha vissuto la castità in vista di un amore sempre più grande e delle esigenze della missione che il Padre gli affidava.
    • Ogni membro della fraternità si impegna alla continenza perfetta per il Regno dei Cieli non per un atto proprio di perfezione, né per mortificazione o imposizione, ma come risposta ad un appello esplicito di Dio.
    • Se non ci fosse la certezza interiore di questa chiamata, non si arrischi ad intraprendere una via così esigente: senza la grazia della vocazione non si può tener fede ai propri impegni specialmente in questo campo.
    • La vita di castità non si riduce ad una vita di continenza sessuale, ma ha lo scopo di condurre ogni membro della comunità ad un’accettazione serena della propria persona, a vivere in pace con se stessi, senza fuggire e senza ricercare gli altri e a donarsi con generosità per le esigenze della Chiesa e del mondo. È la pratica dellacaritas che san Bernardo ha insegnato a stimare come la massima virtù monastica.
    • Nella comunità la carità è anzitutto un rapporto amicale con Dio e con gli altri che ha le caratteristiche della discrezione e dell’affetto reciproco: così si adempie al duplice comandamento dell’amore che il Signore ci ha lasciato nell’ultima sua cena.
    • Attraverso la discrezione ognuno mantiene la giusta libertà interiore e affettiva per amare Dio sopra ogni cosa e alla luce del suo amore ogni altra creatura.
    • Attraverso l’affetto reciproco ogni membro vive giorno per giorno la carità fraterna e da essa è plasmato. Secondo il detto dell’apostolo Giovanni, infatti, se non amiamo i fratelli (le sorelle) che vediamo non possiamo amare Dio che non vediamo.
    • “La carità non abbia finzioni” ammonisce l’Apostolo. Il cap. 12 della lettera ai Romani è la carta di riferimento per vivere una vita casta in tutti i rapporti personali. Ogni membro della fraternità la medita spesso, specialmente nei momenti più duri, nelle ribellioni, nelle delusioni, nei momenti d’incomprensione e di solitudine.
    • Ogni comunità e ogni suo membro ha cura di non chiudersi in amicizie mono-sessuali, ma coltiva amicizie serene e discrete con persone di entrambi i sessi.
    • In modo particolare la vicinanza e l’amicizia di altre comunità della fraternità di sesso diverso sono preziose e aiutano non poco il raggiungimento del dono della pace. Per quanto possibile ci sono sempre una comunità maschile e una femminile che pregano nella stessa chiesa o che almeno vivono nello stesso territorio diocesano.
    • Ogni membro si sforza di donare sapore e gioia alla vita comunitaria, attraverso atti gratuiti e discreti di attenzione per quelli che abitano la casa e per i diversi membri della comunità.
    • In modo particolare la castità si esercita attraverso la grazia del perdono, che solo Dio può donare. Per questo ogni membro della fraternità si accosta regolarmente al sacramento della Riconciliazione con l’intento di ricevere da Dio il perdono dei peccati e la forza di evangelizzare la propria vita.
    • Tutte le sere nella sua preghiera personale ogni membro della comunità perdona di cuore alle persone da cui si è sentito ferito e si affida alla misericordia di Dio perché egli muova i cuori di coloro che egli (ella) ha ferito e lo (la) perdonino.
    • Il venerdì sera ogni comunità vive un momento di riconciliazione reciproca in cui ogni membro si accusa di tutte le colpe commesse in foro esterno e dona a ciascun membro della comunità il sollievo del proprio perdono.

Forma della consacrazione

    • Ogni membro della comunità fa l’impegno di vivere questa regola per un anno attraverso dei voti privati pronunciati davanti agli altri membri e consegnati nelle mani del(la) responsabile.
    • Se l’Ordinario del luogo lo richiede questi voti possono essere pronunciati alla sua presenza o alla presenza di un suo delegato.
    • La durata dei voti è annuale ed è sempre rinnovabile.
    • Solo chi ha pronunziato i voti è vincolato in coscienza all’osservanza di questa regola.

Accoglienza e formazione dei nuovi membri

    • La comunità accoglie le persone che vogliono farne parte ammettendole a vivere nella casa che abita e proponendo loro un cammino di discernimento vocazionale e di coinvolgimento graduale nella vita comune.
    • Un membro della comunità è designato dal capitolo per guidare e sostenere queste persone. È loro proposta anche una guida spirituale tra le persone che conoscono e stimano la vita e la spiritualità della comunità.
    • Le persone che vogliono pronunziare i voti e che non dimostrano di aver avuto una formazione teologica, cominceranno a frequentare opportuni corsi di teologia nei modi che il capitolo valuterà di volta in volta su proposta del membro della comunità che ne ha cura.
    • Per i chierici sarà cura del responsabile della comunità provvedere ad un adeguato percorso di conoscenza della vita, della storia e della spiritualità della fraternità.
    • I chierici che intendono pronunziare i voti devono avere il consenso scritto ed esplicito del loro Ordinario.
    • Non si accettano membri che provengono da istituti di vita consacrata a meno che il capitolo, avuto il parere positivo degli istituti di provenienza, non valuti diversamente.
    • Può chiedere di pronunziare i voti chi vive già da almeno un anno la vita comunitaria. La richiesta va fatta al capitolo.
    • È bene che chi abbia intenzione di essere ammesso ai voti per la prima volta faccia gli esercizi spirituali di sant’Ignazio per un mese. Tuttavia questo non è obbligatorio, né può essere causa di rigetto della richiesta di ammissione ai voti.
    • Per l’ammissione alla pronunzia dei voti si evidenziano poche caratteristiche essenziali:
      • un esplicito desiderio della pratica dei consigli evangelici
      • l’accettazione dello spirito e della lettera di questa regola
      • un orientamento abbastanza certo sul tipo di attività lavorativa in cui impegnarsi
      • una serena vita affettiva e un’attitudine caratteriale alla vita fraterna
    • Il capitolo, quando ammette per la prima volta una persona aspirante ai voti, la affida a un santo o ad una santa come segno di comunione ecclesiale e come sostegno nel cammino della vita.
    • In caso di non ammissione ai voti la comunità esprime per iscritto le ragioni che motivano la scelta e si impegna ad aiutare la persona a discernere la sua vocazione nella Chiesa offrendole la propria amicizia, la propria preghiera e l’esperienza che ha potuto maturare nell’accompagnamento spirituale. Soprattutto loro vengono affidati ad un santo o ad una santa.
    • Dell’ammissione degli aspiranti ai voti la comunità fa una comunicazione scritta all’Ordinario soltanto la prima volta. In caso di non ammissione la comunicazione è fatta sempre ed è accompagnata dal documento del capitolo che ne esplicita le ragioni. Ugualmente la comunità fa sempre una comunicazione scritta all’Ordinario quando un suo membro non rinnova i voti.

Abito

    • I membri della comunità vestono un abito. Esso sarà di colore scuro o comunque non particolarmente sgargiante. Avrà come elemento importante uno scapolare, come segno del servizio a Dio e al suo Regno.
    • Chi ha pronunciato i voti veste una cocolla durante la liturgia. Anche i ministri ordinati o istituiti, ospiti o aspiranti, possono indossare una cocolla durante la liturgia.
    • Le donne, secondo la tradizione ecclesiale, possono usare sia nella liturgia che nella vita ordinaria una forma di copertura del capo. La scelta è comune per l’intera comunità e non è lasciata alla libera iniziativa di qualche membro.

Accoglienza degli ospiti

    • Da sempre la vita cristiana e monastica ha vissuto l’accoglienza e l’ospitalità come esigenze fondamentali di fedeltà al Vangelo e al proprio Signore non meno della preghiera, del lavoro e dell’amore fraterno.
    • A tutti ogni comunità e ogni suo membro vogliono donare il conforto e la gioia dell’amicizia cristiana e della pace monastica. Ricordando le parole del Signore: “Ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno” non esitano a fare della loro casa, della chiesa e di ogni loro attività un’icona vivente della locanda del Buon Samaritano.
    • La comunità accoglie volentieri le persone che vogliono condividere la propria vita per qualche tempo e per diversi motivi. Soprattutto è pienamente disponibile ad accogliere persone che vogliono compiere esercizi spirituali o approfittare della pace monastica per la crescita della propria vita spirituale.
    • Gli ospiti sono considerati come fratelli (o sorelle), anzi, secondo la più antica pratica monastica, come lo stesso Cristo e sono aiutati ad entrare nel ritmo e nello stile della vita fraterna. Un membro della comunità è designato a questo scopo.
    • Le persone di sesso diverso da quello della comunità ordinariamente non sono accolte per la notte. Tuttavia il capitolo valuterà se a volte sia il caso di farlo. La loro permanenza non sia in ogni modo superiore ai cinque giorni, a meno che non sia legata ad iniziative di vita comune proposte dalla comunità stessa.
    • La presenza di ospiti può essere più estesa di un mese a condizione che non si prolunghi oltre un anno e che la persona abbia un lavoro con cui mantenersi.

Vita di comunione ecclesiale

    • La comunione ecclesiale è il grembo su cui riposa tutta la vita personale e comunitaria della fraternità. Essa è anzitutto comunione con il mistero della Chiesa nella sua pienezza. In modo speciale la fraternità vive un profondo legame con la Chiesa gloriosa dei santi e degli angeli e si sente onorata della loro amicizia e della loro intercessione, e con la Chiesa del Purgatorio che cerca di sostenere e di sollevare con la preghiera e l’offerta delle proprie sofferenze.
    • La fraternità e ogni sua comunità appartiene alla Chiesa pellegrinante sulla terra, in pieno legame di fede, di obbedienza e di giurisdizione con il Romano Pontefice che la presiede.
    • All’interno della Chiesa, e in modo particolare nella porzione di popolo di Dio in cui essa vive, ogni comunità coltiva rapporti di fraterna amicizia e comunione con tutte le diverse componenti della Diocesi, dal presbiterio alle parrocchie, alle associazioni e movimenti fino ad ogni singolo fedele offrendo a tutti la propria preghiera, il bene dell’amicizia e una calda accoglienza fraterna.
    • In modo particolare essa vive in un legame di obbedienza e di affetto ecclesiale con il Vescovo cattolico della diocesi in cui è stabilita.
    • È il Vescovo di una diocesi che accoglie una comunità e le provvede una chiesa in cui vivere la liturgia a servizio di tutto il popolo di Dio e una casa in cui abitare.
    • Se nella comunità c’è un diacono o un presbitero egli è nominato rettore o cappellano della chiesa a meno che le situazioni non ispirino all’Ordinario del luogo una diversa decisione.
    • Nessuna comunità, né alcun membro della fraternità possono assumere la cura pastorale di una parrocchia.
    • A partire dalla viva comunione con la Chiesa Cattolica, la fraternità intende stabilire rapporti di comunione e di amicizia fraterna con ogni comunità cristiana che si riconosce nella fede indivisa dei primi secoli e con i suoi singoli membri, credendo che l’unità della Chiesa sia un dono che il Signore concede sempre alla sua Sposa e che compito di ogni battezzato e di ogni comunità di fede sia quella di scoprirla e viverla.
    • Una particolare attenzione è dedicata al rapporto vivo e sempre più profondo con il popolo d’Israele, che è la radice da cui ogni esperienza ecclesiale proviene. In modo speciale si avrà cura di arricchirsi con la lettura ebraica dei testi biblici, la liturgia sinagogale e la teologia che la comunità ebraica esprime.
    • Ogni comunità e ogni suo membro ha cura di coltivare amicizie significative con membri di altre comunità cristiane o del popolo d’Israele e di arricchire l’intera fraternità di tali amicizie.
    • Con spirito di apertura e dialogo e in riferimento al luogo dove si vive, si curano anche i rapporti con persone di altre religioni, a partire dall’Islam, e di ogni ideologia, per contemplare le vie inedite che il Padre, attraverso l’opera discreta e preveniente dello Spirito, utilizza per attirare al suo Figlio ogni uomo.
    • La fraternità avverte soprattutto la necessità di mettersi alla scuola dell’esperienza millenaria della vita monastica attingendo continuamente alle diverse tradizioni delle diverse comunità cristiane e vuole condividere con tutti i monaci e le monache cristiane la comune fatica di coniugarle alle necessità dei tempi e dei luoghi in cui è chiamata a vivere.
    • Il dialogo continuo con i fratelli e le sorelle di tutte le Chiese che vivono questa esperienza di vita battesimale, è una necessità e un’esigenza continua della fraternità, di ogni sua comunità e di ogni suo membro.
    • Anche il contatto e l’amicizia con esperienze monastiche non cristiane può essere molto utile e fruttuosa, soprattutto in territori di minoranza cristiana.
    • La fraternità offre a tutte le comunità cristiane, ad ogni cristiano e ad ogni persona i frutti della propria vita soprattutto attraverso la liturgia, la vita comune, l’amicizia personale e le iniziative che offre. Questi frutti consistono principalmente nella lettura evangelica e sapienziale della storia, delle culture e della vita spirituale.
    • La vita contemplativa di ciascun membro della fraternità non si ferma alla contemplazione del mondo di Dio, ma vuol tendere a scoprire i segni dell’azione preveniente di Dio nella storia e nella vita degli uomini, dei popoli e delle culture. E per adempiere l’insegnamento di Gesù al ricco del Vangelo, “vendi quello che hai”, essa è vissuta per essere donata ad ogni persona che ha bisogno.
    • Seguendo l’adagio di S. Domenico, contemplata aliis tradere ogni membro della fraternità trova il modo più opportuno per donare i frutti della sua contemplazione alla Chiesa intera, con cui condivide la missione di portare il Vangelo ad ogni creatura, e al mondo, cui intende manifestare l’amore della Trinità.
    • La partecipazione e la conoscenza della vita culturale del mondo e dei luoghi in cui vive ogni comunità è, perciò, una necessità propria della fraternità. Ogni membro, attraverso il suo lavoro, i propri interessi e le competenze personali, è chiamato a viverla.
    • A tal fine in ogni comunità c’è una biblioteca con una raccolta di materiale mediale che ogni membro contribuirà ad alimentare ed aggiornare. Si cura però non tanto la quantità quanto la qualità delle opere raccolte.
    • In modo speciale la fraternità si rende disponibile ad operare per la presenza della vita contemplativa nelle Chiese nascenti attraverso una propria comunità o quella di altri istituti. Anche per questo motivo la fraternità è attenta a conoscere e apprezzare il carisma proprio di ogni forma di vita monastica o contemplativa.

Altre norme

    • Tutta la vita delineata è una forma di penitenza alta e di grande valore spirituale. Tuttavia ogni membro della comunità potrà scegliere forme personali di penitenza in esplicito accordo con la propria guida spirituale e con il consenso del(la) responsabile della comunità.
    • Nel tempo di Quaresima o in alcune circostanze particolari ogni comunità stabilisce forme comunitarie di penitenza.
    • Ogni membro della fraternità ha una propria guida spirituale con cui stabilire un rapporto continuato e sereno nel proprio cammino di fede. Non sia, però, il (la) responsabile della sua comunità.
    • Ogni membro della comunità ha la prudenza di scegliere la propria guida tra coloro che stimano e comprendono la spiritualità della fraternità.
    • Ogni membro della fraternità dà testimonianza della gioia pasquale attraverso la serenità del volto e del suo agire. Tutti gli uomini, a partire dai fratelli e dalle sorelle, hanno sempre diritto alla pace che lo Spirito del Risorto dona al cuore di chi crede in Lui.
    • Quanto più si vive nella pace del Signore e nell’adempimento delle proprie responsabilità tanto più questa testimonianza sarà semplice, autentica e non ipocrita, anche nel bel mezzo delle difficoltà e delle prove. Ciascun membro della fraternità si lascia ammaestrare dall’insegnamento di madre Teresa di Calcutta: “Non permettere che qualcosa ti riempia di dolore fino al punto di farti dimenticare la gioia del Cristo Risorto”.
    • Annualmente, nel periodo delle ferie dal lavoro ogni membro della comunità conduce almeno 3 settimane di vita più ritirata, da solo o in piccoli gruppi dedicandosi alla preghiera e allo studio o all’approfondimento professionale.
    • Anche durante l’anno, lavoro permettendo, può esserci questa esigenza di vita ritirata. La comunità valuta di volta in volta se è il caso di viverla e ne stabilisce con chi è interessato le modalità.
    • Accanto alla comunità sono accolte e accompagnate persone singole o gruppi che vogliono condividere in tutto o in parte queste norme, o anche semplicemente vivere un rapporto di amicizia con la comunità o qualche suo membro. Si incoraggiano in modo speciale i giovani e le famiglie a farlo. A tal fine possono essere costituiti anche gruppi di fedeli, a norma del Codice di Diritto Canonico, che un membro della comunità ha il compito di accompagnare.
    • Non sembra opportuno per ora stabilire norme sul coordinamento delle comunità.
    • Queste norme sono provvisorie e suscettibili di cambiamento. La pratica della vita qui delineata e il confronto con altre esperienze di vita monastica permetteranno di migliorarle perché siano più utili al raggiungimento della pace che ogni membro della fraternità intende vivere e donare.
dalla Regola di vita
Regola di vita della Fraternità di San Bonifacio
La fraternità riconosce in san Bonifacio, vescovo e martire, apostolo della Germania, un riferimento perenne da approfondire e cui sempre ritornare per scoprire le radici della propria chiamata. In modo particolare egli è un punto di riferimento:
Per la preminenza dell’Amore di Dio su ogni altra realtà creata
per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.