knocking on heaven’s doors

Sarebbe facile strumentalizzare questa parabola del Signore
e farla diventare una favoletta moralistica sul fatto che
ci sono i poveri e noi invece stiamo bene e che dobbiamo essere solidali ecc. ecc.
Sarebbe facile e, probabilmente, anche poco rispettoso di quello che il Vangelo ci annuncia
– e, d’altronde, ogni moralismo è estraneo all’annuncio del Signore! –
Questa parabola, infatti, torna su un tema “classico” della Scrittura:
l’uomo vede le cose in un modo, ma Dio… in un modo davvero diverso!

Noi vediamo un uomo ricco, riuscito nella vita, di successo
che tutti lo seguono, lo imitano, lo adorano
e diremmo: “è capace anche di conquistarsi il paradiso!”
e magari diventa un nostro modello, un obiettivo da raggiungere!
Se non per noi… almeno da proporre ai nostri ragazzi!
Poi vediamo un poveraccio che ha perso tutto
vediamo magari uno che cerca di vivere facendo i conti,
magari uno che ha pochi amici e vorrebbe essere come quell’altro
ma sa bene che non potrà riuscirsi mai…
E Dio vede le cose al contrario. Soprattutto, Dio guarda il cuore!
Non gli importa che il ricco sia ricco o il povero sia povero.
A Dio interessa che l’uomo sappia cercarlo e amarlo e vivere alla sua luce.
E in questo i poveri hanno una marcia in più:
negli uomini non posso certo contare molto, a loro resta solo Dio.

Ora. Però, il Vangelo va avanti… e non si ferma a questa considerazione
che troviamo già, forte e più chiaramente detta in tutta la Scrittura prima di Gesù.
I farisei, cui Gesù si rivolge, avranno annuito… pienamente d’accordo con Lui.
Ha anche espresso chiaramente la vita dopo la morte! E il giudizio contro i gaudenti sadducei!
Ma che cosa può davvero condurre l’uomo a vivere in modo da ereditare l’amicizia di Abramo?
Mosè e i profeti, certo… ma questi sembrano addirittura non bastare!
Neanche la Risurrezione del Signore basta…
Il Vangelo ci annuncia, così, che davanti a noi c’è tutto quello che ci occorre per amare Dio
per poter davvero vivere autenticamente
C’è la Scrittura, ma c’è anche il mistero della Pasqua che noi celebriamo!
Ma se non apriamo il nostro cuore e restiamo prigionieri delle nostre ricchezze
se siamo chiusi nella reggia dorata delle nostre certezze…
anche leggere la Bibbia, venire a Messa, comportarsi bene non serve a nulla!
Ciò che occorre che avere un cuore docile a Dio che ci parla
Occorre, come Lazzaro, restare alla porta della casa del Figlio di Dio
aspettando che ci doni il suo pane, le briciole della sua tavola!

Ecco che ora Gesù, se noi siamo poveri nel cuore e nella mente,
e sediamo alla porta della sua vita, della sua casa,
ecco che Egli ci reca in dono non solo qualcosa che ci sfami
ma ci dona tutto di sé!
Non ci dona un pane che sazia il nostro corpo o il nostro cuore!
Lui ci da tutto se stesso! Ci dona la sua amicizia!
Anzi, ci rende eredi con Lui della casa del Padre suo!

Così, andiamo verso l’altare che è la porta della casa del Signore, ricco di misericordia
andiamo, come Lazzaro, senza nascondere le nostre piaghe!
Lui, Gesù, non ci lascerà fuori in balia dei cani e della morte!
Egli ci donerà tutto sé stesso e ci farà entrare nel suo Regno!
Ci guarirà e ci riscatterà!
Ci amerà e ci donerà una vita nuova ed eterna!

Valledacqua, 29 settembre 2019
XXVI domenica del tempo ordinario
Am 6,1.4-7   Sal 145   1Tm 6,11-16   Lc 16,19-31

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I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.