lo sguardo

Valledacqua, 10 febbraio 2019
V domenica del Tempo Ordinario
Is 6, 1-2. 3-8; Sal 137; 1 Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11.

Due barche. Gente che sta lì a pensare alle proprie cose, a lavorare.
La gente che sta attorno e lo cerca.
Gesù non guarda e loro, ma a quelle barche, a quelle persone che lavorano.
Per annunciare la Parola si rivolge a loro e gli chiede le barche.
Lo strumento del loro lavoro diventa il suo.

Così succede anche nelle altre due letture di questa domenica.
Isaia è davanti al Signore, alla sua gloria – potente, pesante, corposa –
e ci sono miriadi di angeli, serafini, per la precisione.
E tutto questo è per lui, per il povero profeta che sembra sprofondare.
E anche san Paolo rievoca il momento in cui lo sguardo di Gesù si è posato su di lui:
come per gli altri apostoli, anche da lui si è fatto vedere risorto,
“come ad un aborto” dice, con meraviglia e confusione, come Isaia.

Ora mi piace pensare che questa è davvero l’unica possibilità di salvezza.
Che Dio ponga il suo sguardo sopra di noi.
Che Gesù ci guardi, dia un’occhiata alle nostre cose.
Siano barche o tablet, siano zappe o libri polverosi…
Poco importa!
Ciò che vale è questo sguardo che può rinnovare ogni cosa.
Che può purificare ogni cosa: la lingua del profeta come il cuore del persecutore.
Uno sguardo che trasforma dei pescatori in ardenti annunciatori del Vangelo.

Ora questo sguardo – e questo è bellissimo! – è totalmente immotivato. È pienamente libero.
Ci sono stati alcuni nella Chiesa che hanno pensato
che dovessimo fare qualcosa per “meritare” questo sguardo di salvezza.
Fu un monaco irlandese che poi predicò a Roma e in Palestina a pensarlo.
Era una di quelle figure straordinarie: una sorta di san Francesco ante litteram, povero, semplice
e anche una persona che si definiva “dottore laico e indipendente”
– come oggi piace a tanti per cui se uno si mostra contro la Chiesa è più credibile! –
così Pelagio sosteneva tra le altre cose, che l’uomo avesse da solo tutte le possibilità per salvarsi
che non ci fosse bisogno di questo “sguardo” che dona salvezza.
Gesù sarebbe solo un esempio da seguire, da imitare
ma poi è l’uomo che deve far tutto e vivere correttamente.

La dottrina nata da Pelagio fu poi condannata sia da grandi vescovi come sant’Agostino,
ma anche da diversi Concili della Chiesa.
E, tuttavia, ritorna, spesso nella vita e nel pensiero dei credenti.
Persino papa Francesco ha messo in guardia da una tendenza pelagiana di vivere la fede.
Come se si trattasse solo di comportarsi bene, di “restare umani” come qualcuno ama dire.
Nella Chiesa si crede in modo diverso: solo lo sguardo amorevole di Cristo
Soltanto questo “fatto”, che succede, che accade, può donare la salvezza
E può permettere all’uomo di camminare secondo lo Spirito Santo.

E oggi, dunque, ci viene riconsegnato questo sguardo, questo momento.
Noi qui facciamo l’adorazione eucaristica molto spesso.
E qualcuno nella Chiesa ha quasi paura di questo! “Tanto Dio è dentro di te” si dice.
“Tanto Dio è ovunque, nella natura, negli altri”…
Ma solo nel pane e nel vino Egli si dona pienamente, totalmente
Solo in questo Sacramento Tu puoi restare sotto il suo sguardo e lasciare che esso ti converta. L’adorazione eucaristica, la frequenza alla Messa sono il modo più concreto
in cui possiamo esprimere la nostra fede più autentica:
quella che ci fa restare alla ricerca dello sguardo di Gesù e sotto questo sguardo d’amore!

Ora, questi occhi, nel Sacramento che celebriamo si posano su di noi.
Egli viene nel pane per guardare a noi, distratti e confusi,
Egli viene per posare il suo sguardo su di noi
per entrare nelle cose della nostra vita
e salvarci
e renderci apostoli del suo Vangelo!

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dalla Regola di vita
Regola di vita della Fraternità di San Bonifacio
La vita della “Fraternità di San Bonifacio” è una vita monastica e missionaria.
per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.