mons. Farano 20 giugno 1993

mons. Vincenzo Maria Farano, arcivescovo di Gaeta

mons. Vincenzo Maria Farano, arcivescovo di Gaeta

Il 20 giugno 1993, Francesco è stato ordinato sacerdote … l’omelia che l’Arcivescovo mons. Vincenzo Maria FARANO ha pronunciato in quell’occasione è stata profetica … che ne pensate?

Carissimi confratelli nel sacerdozio, fratelli e sorelle in Gesù,

abbiamo ascoltato la Parola di Dio che ci è stata proclamata nelle tre letture. Esse sono come un tracciato di luce della chiamata specifica, personale che ha ricevuto Francesco; chiamata al sacerdozio, ma in lui con venature speciali che ci vengono anticipate dalle tre letture. Ho detto venature speciali … sì, perché ogni sacerdote ha una chiamata, ma una differisce dall’altra; come le stelle: sono tutte uguali, ma una è diversa dall’altra. La chiamata di Francesco, chiamata di Gesù al sacerdozio, ha una colorazione particolare, una singolarità personale e una esigenza, vorrei dire, radicale.

Avete sentito la prima lettura: la vocazione del profeta Isaia che viene ammesso al cospetto di Dio. E lo vede, circondato dai serafini; e lui sta lì a guardare e sente il disagio di essere quello che è, peccatore: “Povero me!… Come faccio?”. E si vede questa scena: uno dei serafini si stacca, prende un carbone acceso, tocca le labbra del profeta: e lui si sente purificato, si sente chiamato; e quando il Signore dice “Chi manderò e chi andrà?”, lui risponde “Eccomi, manda me”: è stato toccato dal fuoco del serafino sulle labbra.

Poi la seconda lettura: è come il codice del sacerdozio di Gesù. è scritto nella lettera agli Ebrei, parlando dei sacerdoti, alla luce di Gesù, sommo ed eterno sacerdote: “Ogni sommo sacerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” e “nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne”: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”… e vi ho chiamato … e vi ho mandato: c’è questo rapporto tra Gesù e il sacerdote, tra Gesù e Francesco.

Abbiamo poi ascoltato il Vangelo, dove è delineato l’atteggiamento che ogni sacerdote deve avere, che Francesco – è lui che ha scelto di proclamare questa lettura; l’abbiamo scelta insieme – deve avere: deve essere come Gesù con i due di Emmaus. Conosciamo i dettagli: due discepoli, entusiasti di Gesù, lo seguono; poi la morte sul Golgota, l’attesa, non si vede niente: la delusione; tornano abbattuti e delusi a Emmaus: da Gerusalemme a Emmaus. Si fa accanto, silenzioso e non riconosciuto, Gesù, il sacerdote, che fa dialogo, entra nella discussione; e poi parla, parla di Gesù dalle scritture con parole ardenti che penetrano il cuore dei due -…non se ne accorgono mentre parlano; poi lo diranno quando lo racconteranno: “Non ci ardeva il cuore nel petto mentre ci parlava del Messia che deve venire?”-. E poi quello che deve fare il sacerdote: stando accanto Gesù fa segno di proseguire; e quelli, attratti da lui: “Signore, resta con noi perché si fa sera”. E lui, Gesù, acconsente: entra nella loro casa e rimane con loro, per dare il divino, il pane: lo benedice, lo spezza, lo dona; lo riconoscono. E al riconoscerlo scompare perché facciano da loro la loro missione. Ogni sacerdote accanto ad ogni fratello per annunziare, comunicare Gesù, con parole ardenti che persuadano, che entrano. E più che con parole, con l’essere, con la testimonianza: non tanto parlare del Vangelo, ma essere Vangelo, come è stato Gesù per i due di Emmaus.

Così i lineamenti della chiamata di Francesco.

Vi posso confidare: il primo incontro che ho avuto (con lui) quando come vescovo mi ha comunicato la sua vocazione in una lunga lettera mi ha esposto che cosa è avvenuto in lui, e mi pare di vedere la prima lettura: “Ero un giovane molto vivo” – posso dirlo? – “amante del rock” e aspirava ad andare a Londra per impregnarsi del rock: ed è andato e l’ha appreso ed ha goduto. Poi è tornato, e si è fermato con le suore di qui e con un sacerdote polacco che lo accompagnerà anche dal suo parroco, che è stato determinante nel creare i precedenti della chiamata. E poi una scena … lui la descrive così: con gli amici e le amiche lui si unisce e stanno insieme. E una volta una ragazza dice: “E perché non vieni in chiesa a cantare ?” “E andiamo!” … “E perché non fai la comunione ?” e ha ricevuto la comunione e – dice con parole che non so ripetere – “quella comunione ha travolto la mia esistenza”: proprio come il fuoco di quel serafino che ha toccato le labbra del profeta Isaia.

Da allora la fiamma della chiamata dentro: parla col vescovo, ci riflette, entra nel seminario. Nel seminario il primo approccio sembrava di orientamento. E poi sente che la sua chiamata è singolare, è radicale. Ha incontrato qui la madre Teresa; chiede al vescovo: “Posso andare a passare delle vacanze con lei ?” E il vescovo :”Perché no ? Va’!- Speriamo che non si fa prendere da madre Teresa perché la diocesi ne ha bisogno”. è andato, è tornato infiammato del carisma di madre Teresa, e ce l’ha profondamente il carisma dell’amore a Gesù, a Gesù nel povero, il più povero dei poveri: ce l’ha dentro – lo dico in pubblico – fortemente. E poi ancora segni nuovi. Mi viene una volta e mi dice: “Ho esigenze profonde, sento che il Signore mi chiama alla radicalità dell’amore, ai tre consigli evangelici della povertà, della castità, dell’obbedienza” – o Signore buono – “Se è così, lei mi permette – me lo ha detto il padre spirituale – di andare a fare il mese ignaziano ?”. Il Vescovo, con la libertà che deve lasciare se qualcuno vuole scoprire … giustamente, perché è lo stesso tracciato … “Va’!” e ho pregato, pregato, pregato. Poi viene e mi dice: “Ho capito la mia vocazione. La mia vocazione è nel sacerdozio vissuto nella mia diocesi con la radicalità dei tre consigli evangelici”.

Mi sono trascritto qui un tratto della lettera che tu mi scrivesti: “Non era tanto la chiamata alla vita religiosa, ma era una chiamata a vivere il ministero cui sarò eletto nella santità più profonda possibile. La diversità di sentire non mi spingeva a cercare fuori della diocesi la realizzazione della vocazione presbiterale, essa invece è dono che feconda questa nostra Chiesa” e poi si esprime così: “… e allora sarò povero in questa Chiesa, casto per questa Chiesa, obbediente a questa Chiesa. Come? In quale forma? Questo non lo so. Il Signore dovrà mostrarmelo”. Meraviglioso: sente la chiamata in quella maniera illuminante, quella Eucaristia; sente di non poter essere un sacerdote qualsiasi. Si può essere dei sacerdoti buoni e fare del bene; tu non puoi fermarti a questo: sei chiamato alla radicalità del sacerdozio e al carisma – che ti rimane dentro – di madre Teresa, senza necessariamente calcare lo stesso territorio, ma dentro la sua esigenza, la sua struttura di amore. Te l’ho ripetuto più volte: i consigli evangelici li devi vivere profondamente, in modo tale che devono essere irradiati attorno a te: l’esigenza della povertà; l’esigenza della castità più totale; l’esigenza dell’obbedienza completa, totale, piena, completa e illuminata alla Chiesa, al tuo vescovo. Una chiamata davvero singolare e radicale che devi irradiare attorno a te, nei sacerdoti. Devi essere punto di riferimento perché possa vivere il sacerdozio nella luce nella quale tu ti sei espresso: “Sarò povero per il presbiterio della mia diocesi; sarò casto per la Chiesa della mia diocesi; sarò obbediente nella Chiesa mia, di Gaeta”. E lo sarai per te, di te, in te … a irradiare. Vedo te, nel presbiterio di Gaeta, come un silenzioso punto di riferimento: non parlerai, non dirai con parole. Comunicherai con l’essere: standoti accanto, vivendo vicino a te, condividendo le giornate con te, irradierai questa chiamata singolare, questa chiamata radicale; questi carismi di madre Teresa che hai in te, dei tre consigli evangelici che ogni giorno accenderai sempre di più; senza farti accorgere, ma irradiando.

Francesco, segui la tua chiamata speciale! Non scordare mai quel tocco del fuoco del serafino che ti ha toccato le labbra con l’Eucaristia di quel giorno … e da quel giorno non l’hai più lasciata. Sentiti a disposizione dei fratelli come Gesù, dovunque sarai mandato come pastore. Mettiti, come Gesù, accanto al fratello gioioso, entusiasta: accendilo di più; mettiti accanto al fratello, come i due, deluso, abbattuto, triste e irradialo di Vangelo comunicato con la parola, ma soprattutto comunicato col tuo essere. Già hai cominciato a fare qualcosa di simile, non sacerdote ancora, stando, inviato, nelle comunità parrocchiali dove, come seminarista, hai fatto servizio … e hai lasciato la traccia. Fino all’ultima comunità, a Pastena, dove a me, che ho fatto la visita pastorale, è apparso che il parroco – meraviglioso, carico di sofferenza e di santità – sapeva della sua  parrocchia quanto sapevi tu nel poco tempo che vi avevi vissuto: tutto ti conoscono, tutti ti vogliono bene. Ecco, realizza la tua vocazione sacerdotale secondo gli insegnamenti della tua chiamata speciale, secondo i carismi che il Signore ti ha inserito nell’animo sacerdotale ponendoli – me l’hai detto con tanto ardore! – a disposizione della tua diocesi: “sarò sacerdote santo, povero, casto, obbediente nella mia diocesi”; e vedo in te un fermento nuovo nella nostra diocesi.

Oggi, con emozione divina – ogni volta è così; chi mi vive accanto vede che alla vigilia del giorno di un’ordinazione sacerdotale il vescovo non si riconosce perché trasferito nell’alto dell’avvenimento eccelso che è chiamato ad operare della presenza di Cristo nella nostra Chiesa – stasera ho atteso molto nell’imporre le mani sul tuo capo, nell’implorare lo Spirito Santo: che operi in te consegnandoti i poteri eccelsi del sacerdozio ministeriale che ti mette nella dimensione di Gesù che consacra l’Eucaristia, che perdona i peccati.

Vedi, tu vieni come da un ceppo segnato dal carisma vocazionale. Ho pensato così – lo posso dire? Non si dispiace l’interessato ? – Francesco è nato – forse non lo sapevate ?- da suo padre, il quale aveva avuto la sensazione di avere la vocazione, ed è entrato nel seminario, ed è stato fino al quinto ginnasio; poi ha capito: “Non è questo il mio cammino” e lui ha seguito il cammino che era di Gesù. Però dentro porta il germe del carisma vocazionale. Da quando ha saputo che il figlio era chiamato, con più entusiasmo del figlio, almeno all’esterno, si è preparato. è nato Francesco in una famiglia dove si respira fede, Chiesa. E io posso contare le volte, durante il cammino del seminario, che ho visto Francesco senza avere accanto la mamma, che lo ha sempre seguito non come un’ombra, ma come una luce radiante che gli faceva luce avanti.

Non so se sono riuscito a spiegare che Francesco è stato chiamato ad essere sacerdote. Lo avete capito? Non so se sono riuscito a spiegare che Francesco è stato chiamato ad essere sacerdote in modo particolare, speciale, radicale.

E c’è una cosa che … Avete ricevuto l’invito? Tutti? Io l’ho avuto. E dentro c’è una lettera, stupenda, molto bella. Però con sfrontatezza dice: “Portatemi dei regali: il regalo spirituale della Comunione per il mio sacerdozio. E poi, se è possibile, un regalo per i miei fratelli poveri”. Alla fine della Messa alcuni porteranno qualche dono per lui da dare a fratelli nel bisogno, qui o in missione: lo hai chiesto apertamente!

Sì, ti accompagnano la nostra preghiera. Abbiamo ascoltato il vescovo che ci ha fatto capire che tu devi rispondere molto di più di qualsiasi sacerdote. Tieniti pronto! Chiedi allo Spirito Santo di essere aiutato: lo invocheremo, lo riceverai. Chiedi alla Madonna.

Avete avuto tutti il libretto? Chissà chi glielo ha ispirato? Ha voluto darci un bel regalo: la “preghiera quotidiana di un sacerdote” fatta da madre Teresa. Ora io termino leggendo alcune frasi perché lui se le incida nel cuore, perché io me le incida nel cuore, perché i miei confratelli, il rettore del seminario, il sacerdote ultimo, quello di due domeniche fa, se le scrivano dentro:

“Padre, mi hai amato più di quanto potessi immaginare, mi hai dato tutto ciò che hai e che sei. Ora mi dono e mi abbandono completamente a te, confidando soltanto nel tuo amore potente perché sei mio Padre… mi offro completamente a te con amore; ti offro anche tutti quelli che hai affidato al mio ministero…

“Gesù, mio Salvatore e mio Signore … mi hai chiamato a continuare il tuo sacerdozio … tu hai avuto sete di me nel tuo sacerdozio, che possa avere sete di te lungo tutto questo mio cammino e tutti i giorni del mio sacerdozio…

“Spirito d’Amore, mi hai consacrato per proclamare il lieto annuncio con le mie parole e la mia vita … ti chiedo…di venire con potenza nella mia vita e nel mio ministero … e, attraverso la mia partecipazione a quel sacerdozio (di Gesù) possa guarire tutti quelli che … invierai sul mio cammino…”

Sì, sono sicuro d’aver fatto capire a più d’uno di voi che è chiamato al sacerdozio, Francesco, ma è chiamato in un modo singolare e radicale. Ci uniamo a pregare con lui, a pregare per lui perché segua quello che il Signore ha disegnato nel suo sacerdozio.

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4 Commenti a “mons. Farano 20 giugno 1993”

  • vincenzo scrive:

    Quando sei stato ordinato non ti conoscevo; non conoscevo questa omelia. Ti ho sempre voluto bene … ora te ne voglio dì più. Ringrazio Dio di averti incontrato, conosciuto e fatto un tratto di strada insieme a tè. Che Dio ti benedica!!!

  • alberto scrive:

    il buondì si vede dal mattino….anche a me caro sacerdote,
    con la tua vicinanza per un periodo di tempo in cui è stato possibile incontrarti ma anche dopo , mi hai instillato il seme della gioia di Gesù che non ci lascia e che le difficoltà sono ridimensionate a misura di uomo;

  • frfrancesco scrive:

    grazie, Alberto!
    una preghiera per me … e per la fraternità!

  • frfrancesco scrive:

    grazie, Vincenzo …
    e, come sai, il “voler bene” e il “rendere grazie” sono anche da parte mia!

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dalla Regola di vita
Vita fraterna
La vita fraterna ha come fine il dono della pace. La pace è dono della Croce del Cristo, con cui egli ha infranto ogni muro di separazione; della sua Risurrezione, in cui Egli è stato costituito dal Padre giusto giudice di ogni realtà creata e della Pentecoste, quando lo Spirito Santo è stato donato in pienezza alla Chiesa ed essa è divenuta casa per tutte le nazioni.
per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.