nessuna via di uscita

Non ci sono alternative!
Quando ti trovi in una situazione senza sbocco, o in cui stai andando verso il baratro
non ci sono alternative: o cambi o finisci male.
Non si tratta di quello che Dio può fare o non fare; se sia misericordioso o no,
non si tratta di chi è bravo o di chi è cattivo; neanche se Dio esista o non esista!
Davanti ad una vita che rischia di fallire e di precipitare nella corruzione che non ha fine
o si cambia e si cerca di tornare ad una vita vera o si finisce male.
È proprio così che il Vangelo ci annuncia oggi!

Così siamo posti oggi davanti ad un’alternativa forte e straordinaria:
o ti converti o la tua vita finisce miseramente.
Che, detta così, ai nostri orecchi di persone educate alla modernità,
sembra poco bella, poco corretta, poco rispettosa dell’umano, come diremmo oggi.
È, come dire, devi comunque soffrire, devi comunque rinunciare.
Per noi convertirsi, vivere per Dio, seguire la via della fede
risulta essere penalizzante, significa dover mortificarsi e mettere da parte se stessi.
Ma non è così!
Ed è proprio la piccola parabola che oggi il Vangelo ci offre a farcelo comprendere.

La conversione, potremmo dire con questa parabola, è portare frutto.
Convertirsi è dare fecondità alla propria vita.
Convertirsi è fare in modo che la tua vita serva a qualcosa, sia bella ed utile.
L’alternativa è essere una persona che non serve se non ad essere messa da parte.

Così che potremmo tradurre l’alternativa che pone Gesù in questo modo:
“Se non cambiate modo di vivere, sarete persone che sono vissute inutilmente”
In effetti che cosa sconvolge, ancora noi oggi, di coloro che muoiono in un evento sanguinoso?
Sconvolge che la loro sia una vita incompleta, una vita non giunta a maturazione.
Più che l’efferatezza delle situazioni, sorge in noi la domanda:
“Se ci fossi io, avrei ancora tante cose da fare, tanti frutti da portare”.
Ci inquieta che la nostra vita – o la vita di altri –
sia come un albero che stava germogliando, ma viene brutalmente tagliato.
Come una grandinata in questo tempo in cui tutto fiorisce… e poi una gelata rovina tutto!

Convertirsi, così, non è una diminuzione di quello che siamo
una mortificazione di quello che vogliamo o desideriamo.
Convertirsi è disporsi a fare tutto quello che occorre per una vita che sia “fruttuosa”.
Ci sono anche rinunce. Ci sono anche limitazioni. Ci sono anche dei “no” da dirsi.
Ma non sono costrizioni che vogliono tarpare le ali, ma cose che servono
perché siano piene di nutrimento le nostre radici,
perché siamo liberi di dirigerci verso il nostro bene più vero, verso la pienezza.

Così oggi accostiamoci al divino vignaiolo, al custode della vigna
che dinanzi alle esigenze stringenti del “padrone di questo mondo”
pone la forza della sua cura amorosa per l’albero della nostra vita!
Andiamo con gioia verso Colui che dona se stesso
non per la sua conversione, ma per la conversione di ogni uomo!
Accostiamoci alla mensa dove di è offerto il concime spirituale,
la vita divina di Colui che con il suo abbassamento ci nutre e ci sostiene
perché possiamo portare frutto in abbondanza
perché con l’esercizio della nostra penitenza possiamo
rinnovare la nostra vita e rallegrare la vigna del Signore
con il frutto splendente e buono dello Spirito Santo vivente in noi!

Valledacqua, 24 marzo 2019
III domenica di quaresima
Es 3,1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

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Un Commento a “nessuna via di uscita”

  • Convertirsi è cominciare a seguire il Vangelo lungo il discernimento della nostra vita . É capire quindi risorgere fino al punto di riuscire a far risorgere anche altri con noi e per i grandi profeti anche dopo che saranno morti.
    Ciò che ci accade è una matassa fantastica dove i nodi sono collegati ai nodi ed ai bandali delle matasse degli altri . Mi viene in mente l’immagine di un grande cervello proprio come il nostro con le circonvoluziini ……imperscrutabile Dio? Può darsi. Buona giornata.

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dalla Regola di vita
Vita di povertà
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per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.