non come gli altri

Bernardo Cavallino
Martirio di Santo Stefano (1645 circa)

Valledacqua, 24 febbraio 2019
VII domenica del Tempo Ordinario
1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1 Cor 15,45-49; Lc 6,27-38

L’amore per i nemici è uno dei frutti più belli e riconoscibili
di chi crede nel Signore Gesù, di chi è stato raggiunto dalla misericordia del Padre.
Amare chi perseguita, chi parla male, chi ci fa del male
è unicamente opera dello Spirito Santo nel cuore di un uomo.

Varie culture e ideologie tentano di “rubare” questo frutto, di appropriarsene
come se esso fosse una cosa comune, di buona e sana educazione.
Ma rimane sempre una caratteristica propria di chi vive la fede
dell’opera dello Spirito Santo nella vita di una persona.

Perché fuori da questo può esserci una strategia, ad esempio.
Io posso amare chi mi fa del male per poter poi prendermi una rivincita
o per non dar soddisfazione a chi pensa di annientarmi.
Posso anche ammirare questa qualità,
ma poi quando si tratta di viverla non è possibile farlo.
Posso addirittura farne una sorta di autocontrollo, di disciplina interiore
come succede in alcune filosofie o religioni del continente indiano o nell’estremo oriente.

Ma la cosa che oggi il Vangelo ci illustra e ci presenta
non è una virtù, non è una conquista intellettuale, morale o spirituale
(anche se – in qualche modo – è anche tutto questo)
l’amore per i nemici è, essenzialmente, un frutto della croce del Signore.
Senza la Croce non può esserci amore per i nemici.

San Luca lo esprime benissimo nel martirio di santo Stefano
che è il prototipo di ogni martirio.
“Pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio
e Gesù che stava alla destra di Dio e disse:
«Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio».
Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi
e si scagliarono tutti insieme contro di lui,
lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo.
E lapidavano Stefano, che pregava e diceva:
«Signore Gesù, accogli il mio spirito».
Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce:
«Signore, non imputare loro questo peccato».
Detto questo, morì.”

Ecco… l’amore per i nemici nasce dalla contemplazione del Signore
e, concretamente, dalla imitazione della sua morte sulla croce.
La strada per essere misericordiosi come è misericordioso il Padre
non è quella orgogliosa di chi è capace di essere buono e bravo.
Non è neanche la pelosa compassione per se stessi (o per gli sfortunati)
che serve soltanto a piangersi addosso e a tollerare i propri modi di fare sbagliati.
Essere misericordiosi come il Padre, amare i nemici
è di chi contempla il Signore glorioso e il suo Regno
è di chi imita umilmente il suo abbassamento fino alla morte di croce.

Solo in questo noi possiamo lasciare agire in noi lo Spirito Santo.
E solo dal frutto dell’amore per il nemico possiamo riconoscere che in noi abita Dio.
Perché, in definitiva, solo Dio ci ha mostrato di essere capace di amare noi
che con il peccato lo abbiamo odiato e continuiamo ad odiarlo.
Egli, invece, ci vince con la sua misericordia, con il suo amore.
E solo lasciandoci abitare da Lui possiamo amare come Egli ama.

Gesù, il Signore, che crocifisso si offre a noi in questo sacramento,
ci doni di accogliere il suo Spirito
ci doni di accogliere il suo amore e la sua misericordia
perché possiamo amare anche noi come il Padre ci ama e ci perdona!

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I monaci hanno fatto l'Europa,
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un'avventura interiore,
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La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
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verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.