Omelia per la prima Messa presieduta da don Alessandro Corrente

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Marina di Minturno,
5 luglio 2015

 

Per una antica consuetudine della Chiesa a tenere l’omelia nella “prima Messa” di un nuovo sacerdote
non è il nuovo ordinato – don Alessandro, in questo nostro caso –
ma un sacerdote che lo ha accompagnato, generalmente il parroco, come in questo caso.
Solo che, in realtà, oggi si realizza una cosa che ha detto Gesù ai suoi discepoli:
“Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato” (Gv 4,38)
è proprio così: qui, al mio posto, oggi, dovrebbe esserci il carissimo don Luigi
io, oggi, sono chiamato al difficile compito di predicare al suo posto!
Sempre Gesù, infatti, ha anche detto:
“Chi miete riceve il salario e raccoglie frutti per la vita eterna,perché chi semina gioisca insieme a chi miete” (Gv 4,36)
Insieme a me, che mieto, gioisce anche don Luigi che ha seminato e coltivato!
In questa celebrazione dobbiamo sentirlo presente, vicino, esultante davanti al Signore!

Difficilmente noi saremmo stati così sconsiderati come la Provvidenza.
Sì, davvero.
Io mai avrei scelto per questa Messa il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato.
Forse la prima e la seconda lettura. Magari il salmo. Ma il Vangelo proprio no.
Eppure oggi abbiamo ascoltato questo brano del rifiuto di Gesù da parte dei suoi.
Proprio il contrario di quello che accade oggi qui.
Don Alessandro viene in mezzo a noi e noi siamo felici e pieni di gioia!
Potrebbe anche trattarci male: noi neanche lo capiremmo! Gli vogliamo troppo bene!
Mai ci sogneremmo di comportarci come quelli di Nazareth con Gesù!
Perché, allora, la provvidenza ha voluto che noi proprio oggi ascoltassimo questo Vangelo?
Per comprenderlo dobbiamo scoprire il motivo per cui Gesù è rifiutato a Nazareth.
È che quelli del suo paese lo conoscono bene: conoscono tutti i suoi parenti,
conoscono chi è, come si è comportato, le chiacchiere su di lui …
e pensano di conoscerlo bene, di aver capito tutto di lui!
E non è così!
Nessuno, per quanto possa essergli amico, vicino, intimo, nessuno conosce chi sia Gesù,
sebbene si sia fatto uomo come noi, noi non possiamo pensare di capirlo pienamente
Gesù è Dio!
Già una persona umana come tutte quelle che conosciamo è un mistero
che mai finiremo di capire, per quanto la conosciamo!
Gesù ancora di più perché è Dio che si è fatto uomo …
essere amici del Signore Gesù non deve portarci a pensare, superbamente, di averlo in pugno,
di avere qualche occhio di riguardo, di pensare di sapere tutto di Lui.

E ora chiediamoci: chi è il prete? Che cosa è un sacerdote nella Chiesa?
È proprio una presenza che ci dice “Gesù, nessuno può conoscerlo fino in fondo”;
è qualcuno che ci dice che non possiamo capire Gesù da soli
ci indica sempre che c’è dell’altro in Gesù, in Dio!
Non possiamo, infatti, costruirci i preti che ci piacciono
né, come succede in alcune comunità cristiane, ci scegliamo noi il sacerdote
in base ai nostri bisogni, alle nostre attese, a quello che vorremmo!
Il sacerdote è sempre regalato, donato alla Chiesa; donato dalla Chiesa!
È un segno di Gesù che è straniero, che è altro da quello che ci aspettiamo.
Guai se nella Chiesa cominciassimo a sceglierci i preti in base a quello che vorremmo! Perderemmo Dio!
Diventeremmo come la nostra vita politica: scegliamo quello che ci piace
e poi, spesso, ci accorgiamo che non era quello che ci aspettavamo!
E, invece, nella Chiesa spesso succede il contrario!
Arriva un prete nuovo da una parte … lo guardano con sospetto, lo calunniano
e, poi, dopo un po’, ci si affeziona e si scopre che è un dono di Dio, un dono inaspettato,
che conduce la vita di una comunità in direzioni che non si attendeva!

L’altra cosa che scandalizza quelli di Nazareth è che Gesù opera delle cose straordinarie
Così, caro don Alessandro, ora che sei prete
tu sei portatore sano di questa malattia di Gesù:
quella di non poter essere omologato a quello che tutti si aspettano e vogliono
sei, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, un “profeta in mezzo a loro”, “accettino o non accettino”
non sei immagine di Cristo soltanto quando dici la Messa o confesserai
ma in ogni momento tu sei nella Chiesa il segno della “diversità” divina di Gesù
come lui potrai essere addirittura non accolto, non capito, addirittura rifiutato!
Non preoccuparti, se succede così!
Quando questo deriva non da te, ma dalle esigenze del Vangelo
sii contento, gioisci: è la forza di Gesù, della sua Parola che opera attraverso di te!
Questo significa essere profeta:
molti pensano che essere profeti significhi essere preti contro la Chiesa,
“preti di strada”; “preti anti-mafia” o “anti-camorra”; preti “anti-qualcosa”
che criticano gli altri preti o la fede o il vescovo o i cardinali o il Papa.
Essere profeti, invece, è essere pienamente rivestiti del Vangelo
annunciare le esigenze della fede anche se si va controcorrente
anche se si è impopolari, disprezzati, criticati:
in una parola è essere testimoni davanti agli uomini di Gesù, la Parola del Padre,
anche se non ci accettano, anche se non piace!
Come abbiamo ascoltato nella seconda lettura
“mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi,
“nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo:
“infatti quando sono debole, è allora che sono forte.”

Essere sacerdoti è essere un segno di contraddizione, di diversità!
Oggi si parla tanto di diversità, ma noi nella Chiesa sono già duemila anni che la viviamo:
il sacerdote è uno “diverso” da tutti perché partecipa della vita di Dio
perché è mandato nella comunità di fede come il segno di una novità radicale e feconda
quella di Gesù, sposo della Chiesa, che proviene dal Padre
e opera secondo la logica rinnovatrice dello Spirito Santo.

Tu, ormai, sei così! Porti nella tua carne questo mistero!
Vivilo!
Custodiscilo!
Non rinunciare alla contraddizione del Vangelo!
Oggi, molti confratelli, pensando di attirare più persone
vogliono perdere la loro “diversità” sacerdotale, vogliono essere come tutti gli altri!
Noi non possiamo esserlo se non a costo di rinnegare il Vangelo e Gesù Cristo!
Un prete è radicalmente – in teologia si direbbe ontologicamente – diverso dagli altri cristiani.
Alla fine essere come tutti ci rende come il “sale che perde il sapore”
Come una luce che si spegne e non si accende.
A che serve, allora, essere preti? Consacrarsi a Dio?
Se devo essere come tutti perché non sposarsi? Perché essere obbedienti?
Dov’è la radice di una certa povertà?
Da qui nasce la cristi di tanti confratelli: proprio dall’essere come tutti!

Ma Dio ci ha resi partecipi della sua novità
e la Chiesa ha bisogno di preti che siano così, diversi dagli altri
così diversi da splendere tra tutti
non per le stranezze che si fanno o per una vita scandalosa.
Diversi perché profeti, così pieni dell’amore misericordioso di Gesù Cristo
da attirarli verso la bellezza di Dio, verso le alte vette della santità!

E ora con gioia e un po’ di timore, accostati alla mensa del pane e del vino:
Gesù che attraverso le tue parole si farà presente tra di noi
ti renda segno della sua presenza,
un’eucaristia vivente … un invito permanente alla santità!
Per questo siamo stati scelti: per essere per tutto il popolo cristiano
– anzi per tutti gli uomini –
un invito a essere partecipi della vita santa di Dio in Gesù!

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dalla Regola di vita
Regola di vita della Fraternità di San Bonifacio
La fraternità riconosce in san Bonifacio, vescovo e martire, apostolo della Germania, un riferimento perenne da approfondire e cui sempre ritornare per scoprire le radici della propria chiamata. In modo particolare egli è un punto di riferimento:
Per lo stile dell’evangelizzazione fondato sulla costituzione di comunità di monaci e monache
per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.