santi cioè alternativi

Tunde Afolayan, Procession (2000)

Essere santi!
È la grande sfida della nostra vita!
Abbiamo “scoperto” – ma in realtà i cristiani l’han sempre saputo –
che tutti siamo chiamati ad essere santi!
E quando si dice “santi” non intendiamo un generico essere brave persone
oppure essere onesti o particolarmente religiosi!
Essere santi è essere perfetti… anzi, eroicamente perfetti!
Sarà mai possibile? O è solo un bell’ideale destinato a restare deluso?

Per comprenderlo dobbiamo capire bene che cosa sia la santità
almeno come ce la presenta la fede cristiana, l’esperienza di chi vive il Vangelo.
Comunemente la santità è una sorta di comportamento ipocrita
di chi dice di voler essere buono ma poi chissà quanti scheletri nell’armadio ha
oppure è una cosa che ha a che fare con chi va a Messa e fa tante preghiere.
In realtà, nella Bibbia, solo uno è santo.
E questi è Dio!
Questo punto di partenza è fondamentale anche per noi, per capire come esser santi noi.
Perché essere santi non lo si è perché si fa qualcosa o si è in qualche modo.
Santi possiamo esserlo perché Dio è così grande e misericordioso
che condivide con noi la sua santità…

Ma che cos’è questa santità?
È quella qualità di Dio per cui Egli è totalmente separato, diverso da quello che conosciamo.
Santo vuol dire “separato”, “diverso”, “non immischiato con le cose”
E così Dio partecipa con noi questa sua qualità e ci permette di essere
davvero “nuovi”, “diversi” da ogni altra persona.
Ci associa alla sua capacità di poter vivere in modo totalmente alternativo
fino a portare fino alle sue estreme conseguenze la nostra umanità!

Tre sono le caratteristiche della santità, allora:
la prima è una certa solitudine
perché solo a me è data quella particolare forma di essere alternativo e diverso come lo è Dio
c’è una chiamata che ci rende unici, irripetibili, assolutamente originali
ma anche, in qualche modo, soli…

Questa solitudine, però, trova la sua pienezza non nell’essere lontano dagli altri
ma nel trovare nella comunione di chi è partecipe del dono di Dio
una fraternità speciale, una comunione autentica che è la seconda caratteristica della santità:
cioè questo riconoscersi, questo ritrovarsi
con chi si riconosce pieno di questa novità a chi Dio chiama ogni persona umana!

E, ultima caratteristica, questo cammino di solitudine e di comunione
genera l’odio del “mondo”, cioè delle cose così come le conosciamo
di quello che si oppone alla novità di Dio e vorrebbe rendere tutto una fotocopia di ciò che già esiste.
Chi si incammina nella strada della santità incontra questa ostilità del mondo dominato dal male
fino a essere perseguitati e addirittura uccisi per il voler essere santi come è accaduto ai martiri.

Oggi, quindi, questa festa ci invita a scoprire la forma speciale della nostra santità!
Ci chiama a non aver paura di riconoscerci abitati da Dio stesso
e per i sentieri della solitudine e della comunione ci fa camminare verso la pienezza della nostra vita
lì dove già i santi che veneriamo sono giunti e vivono!Andiamo anche noi verso Dio, il santo, il diverso, il nuovo che vuol renderci santi
che vuol renderci totalmente originali e risplendenti della sua santità!
Accostiamoci all’altare dove Gesù condivide con noi la sua santità
e ci nutre con la sua vita divina!

Valledacqua, 1 novembre 2019
Solennità di Tutti i Santi
Ap 7,2-4.9-14 Sal 23 1Gv 3,1-3 Mt 5,1-12

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Un Commento a “santi cioè alternativi”

  • vincenzo says:

    Si può desiderare la solitudine, anzi la si può trovare bella, appagante, desiderabile. Si può volere la comunione, anzi la si può trovare necessaria e indispensabile. Però, vivere il cammino che la volontà di Dio ci mette di fronte è complicato e per niente facile tanto da farci desiderare di ripetere, come Gesù: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!
    Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.
    Buon cammino

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dalla Regola di vita
Vita di comunione ecclesiale
La fraternità e ogni sua comunità appartiene alla Chiesa pellegrinante sulla terra, in pieno legame di fede, di obbedienza e di giurisdizione con il Romano Pontefice che la presiede.
per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.