tre piccole parabole

Tre piccole parabole, tre immagini
ci consegna oggi questo Vangelo
per traghettarci verso il cammino della Pasqua!
I ciechi e il maestro è la prima.
Gli occhi, la trave e la pagliuzza è la seconda.
E infine ci sono l’albero e i suoi frutti.

La prima parabola riguarda la necessità di lasciarci guidare da un maestro!
Siamo ciechi: questa è una verità che costantemente Gesù ha insegnato.
Siamo come persone che vivono in un mondo dove però tutto è celato, da scoprire.
Siamo stati creati per vivere da protagonisti un mondo da scoprire.
Ma a questo si aggiunge il peso del peccato, del male che oscura ogni cosa.
O, forse più precisamente, che distorce ogni cosa.
Per cui la potenza di Dio e il suo amore, diventano la sua tirannia.
L’altro diventa un nemico da abbattere e da cui difendersi.
E il creato è una natura che è matrigna e distrugge i suoi figli.
Se ci guidiamo a vicenda finiamo in qualche fosso!
Quello della disperazione o della illusione, o della scienza che gonfia…
Solo se ci affidiamo al Maestro interiore, lo Spirito di verità, possiamo camminare
Solo se ci facciamo discepoli di Gesù possiamo aprire gli occhi a ciò che è vero!

La seconda parabola è sulla presunzione di saper vedere il male.
Siamo stati creati per giudicare! Per discernere ciò che è bene, ciò che è male.
Ma questo giudizio deve servire non a condannare, ma a salvare.
Capita a tutti di compiacerci nel vedere come l’altro è peggio di me.
Capita quasi di esser contenti di non essere come gli altri… come faceva il fariseo nel tempio!
La via che ci indica il Signore è un’altra: quella di un servizio umile.
Che parte, paradossalmente, dal riconoscere che il male che vedo nell’altro
è molto più forte e grande in me!
Ciò che nell’altro è male, è come una pagliuzza in confronto alla trave che c’è nel mio occhio!
Solo da qui posso aiutare l’altro a essere libero dal suo male.
Solo scoprendomi peccatore e bisognoso di salvezza come lui, posso aiutare l’altro.
Vedere il male nell’altro mi invita non al pettegolezzo o alla compiacenza superba,
ma mi spinge alla conversione e ad un sincero servizio di aiuto e di liberazione dal male.

L’ultima di queste piccole parabole ci fa scoprire che quello che conta
non è l’apparenza delle cose, la grandiosità delle opere e della vita.
Quello che conta è che ci sia un frutto. E che questo frutto sia buono.
Nella nostra epoca, dominata dalla tecnica e dalla finanza,
confondiamo spesso la bontà di una cosa con la quantità o il consenso.
Ma sempre più scopriamo che questo non è garanzia di bontà o di autenticità.
Così come la disistima che tanti hanno verso la fede non la rende falsa o pericolosa per la società.
La bontà di qualcosa si può valutare dalla bontà dei frutti che porta.
E per questo ci vuol tempo, pazienza… perché un frutto si gusta quando è maturo!
Anche noi dobbiamo imparare a saper guardare in noi i frutti buoni e quelli cattivi.
Dobbiamo aver la pazienza di attendere la maturazione di quelli buoni
e togliere i cattivi appena ci accorgiamo che le loro radici non sono nel terreno buono dell’amore.
Ma anche attorno a noi dobbiamo chiedere la luce dello Spirito Santo
per scoprire i frutti e saper comprendere quelli buoni, da conservare e lasciar crescere
e quelli cattivi, da eliminare e togliere.

Lasciamo che queste parabole ci insegnino nel profondo
e ci facciano scoprire Gesù come il vero Maestro che può guidarci,
come il solo che può giudicarci con uno sguardo limpido e chiaro
come l’albero buono che può portare per noi i frutti della santità e della pace vera!
O Gesù, nostro Maestro, fa’ che possiamo nutrirci di Te,
che possiamo vivere di Te.

Valledacqua, 3 marzo 2019
VIII domenica del Tempo Ordinario
Sir 27,5-8; Sal. 91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45.

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I monaci hanno fatto l'Europa,
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La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.