vedere, contemplare

Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, ricorre spesso questo verbo: “vedere”.
I discepoli di Giovanni Battista devono riferirgli quello che hanno
“udito” e anche quello che hanno “visto”.
E poi Gesù interroga ripetutamente le folle sul che cosa sono andati a vedere.
E comprendiamo bene che ci sono due livelli di esperienza religiosa
che il Vangelo ci propone e ci invita a vivere.

Il primo è quello delle folle che vanno a vedere.
È, possiamo dire, quella curiosità che spinge ad andare a vedere qualche fenomeno da baraccone.
Così è la ricerca religiosa che spesso coincide con la curiosità.
Ancora oggi succede e spesso ci aiuta a fare qualche passo verso Dio.
Ci dicono che c’è un prete bravo.
Ci dicono che c’è quello o quella persona che è brava ecc. ecc.
Magari che ti risolve qualche problema o che è bello.
E tu ci vai!
Ma qui è importante quello che dice Gesù: che cosa andiamo a vedere?
Perché ci muoviamo in questo modo? Che cosa cerchiamo?
Perché se cerchiamo
qualche fenomeno naturale, come una canna sbattuta dal vento
o qualche persona influente e potente che possa aiutarci, qualcuno che veste con abiti di lusso
saremo sicuramente delusi e prima o poi amareggiati.
L’unica cosa per cui vale la pena muoversi è per chi dice una parola di Dio.
I profeti sono, infatti, come Giovanni Battista, quelli che donano una parola di Dio.
Purtroppo oggi nelle cose che vediamo ci sono tante cose, ma non profeti!
Apri la televisione o una pagina sulla rete e trovi tante cose
ma quasi nessun profeta, nessuno che ci sia per annunciare Gesù e la sua salvezza.
E dovremmo pensarci!
E chiedere al Signore che invii in questo mondo digitale profeti, annunciatori della salvezza.

Ma accanto a questo “andare a vedere” c’è il vedere che Gesù chiede ai discepoli di Giovanni Battista.
Che è in realtà una contemplazione. Una contemplazione che ci manca.
Una contemplazione che dovremmo avere noi, discepoli di Gesù.
Cerchiamo di capire bene di che cosa si tratta.
Noi guardiamo attorno a noi e vediamo, sì.
Ma non vediamo quello che Gesù chiede di vedere.
Guardiamo soltanto cose ingiuste, delitti o cose che ci appassionano. Salvini o sardine che siano.
E Gesù invece invita a scoprire che cosa dobbiamo imparare a guardare:
vedere i segni di qualcosa che cambia radicalmente.
La contemplazione è saper scorgere e scoprire nelle cose dentro di noi e accanto a noi
che Dio opera, che il Regno di Dio cresce e si consolida.
Nella nostra Regola c’è scritto che la nostra contemplazione di monaci deve essere così:
La vita contemplativa di ciascun membro della fraternità non si ferma alla contemplazione del mondo di Dio,
ma vuol tendere a scoprire i segni dell’azione preveniente di Dio
nella storia e nella vita degli uomini, dei popoli e delle culture.


Così oggi vogliamo affidarci al Signore perché ci faccia andare a vedere sempre
tutte quelle cose e quelle persone che possono farci scoprire Dio, la sua via, la sua salvezza.
E chiediamogli di saper contemplare nella nostra vita e nella storia che viviamo
le grandi cose che Egli compie, le sue opere!
Proprio questo potrà vincere il dubbio nel nostro cuore.
Proprio accorgerci di come Dio è provvidenza e salvezza che opera con efficacia
ci donerà di saperlo riconoscere piccolo e povero nel giorno del Natale.
Prepariamoci alla gioia vera del Natale
imparando a saper vedere quello che conta:
Dio che ama ciascun uomo e lo guida alla salvezza.

Valledacqua, 15 dicembre 2019
III domenica di Avvento
Is 35,1-6.8.10 Sal 145 Gc 5,7-10 Mt 11,2-11

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dalla Regola di vita
Vita di castità
Attraverso l’affetto reciproco ogni membro vive giorno per giorno la carità fraterna e da essa è plasmato. Secondo il detto dell’apostolo Giovanni, infatti, se non amiamo i fratelli (le sorelle) che vediamo non possiamo amare Dio che non vediamo.
per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.