Paschale Mysterium…

gregoryMarina di Minturno,
20 settembre 2015
XXV domenica del Tempo Ordinario, anno B

Una delle cose più ricorrenti nel Vangelo è quello che stiamo sentendo in queste domeniche:
Gesù annuncia la sua Passione, la sua Morte e la sua Risurrezione.
Ci sono ben nove annunci di questo genere nei Vangeli cosiddetti sinottici
Anche in Giovanni, però, c’è un’idea che corrisponde a questa: c’è un’ora che incombe… che sta per venire…
L’ora, appunto, in cui sarebbe salito al Padre, un’espressione che include
La Passione, come ascesa verso il luogo del Calvario
La Morte in croce dove Gesù è innalzato da terra come salvezza
E la Risurrezione quando Egli è sollevato dalla morte

È così, al cuore dell’annuncio cristiano non c’è l’amore per il prossimo o per Dio, e neanche la fede
Non c’è nemmeno genericamente Gesù come persona umana e divina che ci è amico, fratello
Non c’è l’esistenza di Dio o, non so, la grandezza della Chiesa, l’azione dello Spirito e cose così
Il cuore dell’annuncio cristiano è un racconto, una storia, un avvenimento da far conoscere:
Gesù che soffre, muore e risorge!
Ed è sottinteso: “per te!” “per la salvezza di ogni uomo”
Possiamo dire che l’essenziale dell’annuncio è “Gesù ha sofferto, è morto ed è risorto per te”
La Chiesa chiama questo “mistero pasquale”, cioè
È un mistero, una cosa che è così grande che rimarrà sempre da esplorare e da scoprire
Questo mistero è quello della Pasqua, del passaggio, cioè, di Gesù da questo mondo al Padre
Impariamo bene questa espressione: “mistero pasquale”
Perché ci insegna anche quello che dobbiamo annunciare a ogni persona, specialmente chi non crede!
E ci fa conoscere in breve tutto di quello che viviamo da cristiani…

Ad esempio, nella Messa, noi viviamo dal vivo, in diretta, potremmo dire, questo mistero pasquale
Sì, proprio così
Diventiamo contemporanei di Gesù che soffre, muore e risorge per noi!
Dietro a questi gesti e queste parole non c’è il nostro desiderio di Dio
Un vago sentimento religioso che si esprime in riti e parole come in tutte le religioni
Qui c’è il mistero della Pasqua che diventa disponibile a noi che, nella fede, lo celebriamo
Ogni volta che partecipiamo alla Messa
– non “stiamo a sentire”, ma partecipiamo, cioè, consapevolmente, accogliamo il Mistero che si celebra –
Quando partecipiamo alla Celebrazione eucaristica, noi accogliamo
Non solo l’annuncio di Gesù, ma anche la sua realizzazione!
Siamo partecipi del mistero pasquale!
Siamo inseriti nella storia che salva il mondo e che lo sostiene!

Può succedere anche a noi, però, come agli Apostoli di essere presi da questioni basse e inutili
Anche noi possiamo metterci a pensare “chi è più grande” e stupidaggini del genere
Nel cammino della vita, cioè, invece di accogliere Gesù che si dona a noi e ci salva
Fermiamo il pensiero su altre cose inutili, vane, che non sono nulla in paragone a questa
Gesù ci insegna che è il nostro voler “primeggiare” a spingerci a questo
Essere primi, magari migliori di Lui… o comunque appena dopo Lui…
O, spesso succede anche questo, lamentarci, preoccuparci, essere oppressi dalle cose

Il mistero Pasquale, invece, è il mistero di chi si è fatto piccolo e disprezzato
È il mistero del Servo sofferente che prende su di sé le sofferenze del mondo
E chi contempla questo mistero non può che voler vivere allo stesso modo: facendosi servo
Facendosi ultimi…

Sapete perché san Francesco ha chiamato i suoi frati, frati minori?
Perché in città, ad Assisi, quelli che governavano erano i “maggiori”
Lui e i suoi compagni, invece, dovevano essere non come i dominatori del mondo
Ma come Gesù, che si è fatto umile e povero
Non “maggiori”, quindi, ma “minori” che è l’esatto contrario
Così facendo, però, san Francesco ha rivelato anche a tutti i cristiani
Quello che Gesù ha detto: di non seguire le logiche normali nella Chiesa e tra credenti
Ma di seguire la logica nuova del Vangelo in cui conta chi si fa ultimo, chi è servo
Così… secoli prima di san Francesco, san Gregorio Magno che era Papa in un momento difficile
Si definì “servo dei servi di Dio”… i cristiani sono servi di Dio
E lui, il Papa, è il servo dei servi, a servizio di tutti i cristiani…
Così, infatti, è nella Chiesa: i ministri dell’altare, come me, non sono “padroni”, ma servi
Così un sacerdote, un vescovo, il Papa non può dire nelle omelie le proprie idee
Non può inventarsi qualcosa che serve ad aumentare la gente in Chiesa,
L’ambone non è un posto per fare politica, per fare comizi o esprimere opinioni su ogni cosa
Questo, come tutto l’agire del sacerdote, è servire coloro che vogliono servire Gesù
È aiutare quelli che vogliono essere servi di Dio, ad esserlo fino in fondo
Deve, cioè, aiutare i credenti a credere sempre più rettamente e con desiderio!
Così nella Chiesa la gerarchia non è uno “stare sopra” gli altri
Ma sta al di sotto, al servizio degli altri… cosa che non tutti riescono a comprendere!

Ecco dunque dal mistero pasquale di Gesù
Che è il cuore dell’annuncio e della missione cristiana
Il Vangelo ci fa scoprire che dobbiamo farci servi gli uni degli altri
Gareggiare a farci servizio reciproco
Perché nella Chiesa si litighi non per chi è più grande, ma per chi vuole servire meglio

E ora, dunque, accostiamoci a Gesù che soffre, muore e risorge per noi sull’altare
Egli si fa nostro servitore perché anche noi possiamo servire Lui e gli altri
Accostiamo al Servo obbediente del Padre
Che ci invita a vivere della sua vita, della sua Pasqua
Del suo essere tutto e soltanto ultimo, servo, piccolo davanti al Padre e davanti a noi.

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dalla Regola di vita
Vita di comunione ecclesiale
La comunione ecclesiale è il grembo su cui riposa tutta la vita personale e comunitaria della fraternità. Essa è anzitutto comunione con il mistero della Chiesa nella sua pienezza. In modo speciale la fraternità vive un profondo legame con la Chiesa gloriosa dei santi e degli angeli e si sente onorata della loro amicizia e della loro intercessione, e con la Chiesa del Purgatorio che cerca di sostenere e di sollevare con la preghiera e l’offerta delle proprie sofferenze.
per pregare con noi oggi

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.