Turning point

Pieter Paul Rubens, Innalzamento della croce, 1621
(Museo del Louvre, Parigi)

Gesù sta per giungere a quella che pensiamo sia la meta della sua missione sulla terra: farsi conoscere da tutti.
Ed ecco che, invece, tutto salta. Proprio l’arrivo dei “greci” che vogliono vederlo
segna l’inizio della svolta essenziale nella sua vita e nella sua missione.
San Giovanni costruisce la vicenda di Gesù con questo turning point straordinario
che gli permette di leggere la Pasqua in modo assolutamente nuovo e rivoluzionario.
La morte del Figlio dona la vita. Potrebbe cadere a terra - ok - ma rialzarsi e cavarsela. Ma non è così.
Gesù muore. Davvero. Non è una finta. Una cosa apparente.

La retorica contemporanea dei poteri politici e religiosi che mettono a morte l’innocente Gesù,
la retorica protognostica di alcuni dei primi cristiani che non accettavano un Gesù di carne, che muore
la retorica greca dell’eroico Socrate che con senso civico dona la vita in modo nobilissimo
cedono il posto a questa visione costantemente nuova ed evangelica dell’apostolo Giovanni:
Gesù muore perché ci sia la vita oltre di Lui. Gesù muore per portare frutto.
Non come un eroe, non come una vittima, ma come un seme.
Gesù muore perché i “greci” di tutte le epoche possano vederlo e trovare in Lui salvezza (Gv 12,33).

E indica la via per raggiungere l’autentica meta nella vita: morire.
La morte è sottratta al principe di questo mondo ma diventa il luogo in cui sboccia la vita eterna.
Se si muore senza la prospettiva di Gesù, si rimane soli, senza frutto.
Se si cerca di mantenere la propria vita, i propri sogni o progetti, le proprie sicurezze
si rimane soli e si muore da disperati. Forse eroi. Forse coerenti. Ma disperati.

Se, però, si segue il Figlio dell’uomo nel lasciare ogni cosa,
nel cadere a terra e morire – fino a questa estrema Pasqua di povertà – allora si porta frutto e si genera vita.
Allora la morte è inghiottita dalla morte e nasce una comunione di vita eterna.
Questo accade quando non aspettiamo la morte per morire
ma quando, fedeli al battesimo, ci immergiamo nella morte – le nostre piccole e grandi morti della vita –
per conservare la vita eterna che Gesù ha conquistato per noi sulla croce.

Così chiediamoci a che cosa siamo come abbarbicati, attaccati,
magari eroicamente, magari nobilmente, magari per sentirsi vivi
ecco… questo non serve.
Quel che serve davvero è morire come il Figlio eterno del Padre.
Come Egli dice: “Chi non rinnega se stesso, prende la sua croce e mi segue non è degno di me” (cfr. Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23)
rimane vittima della morte e quando pensa di aver conquistato ogni cosa… perde tutto e resta solo.

L’inferno è il luogo della solitudine assoluta e del rumore roboante di una vita inutile.
Il paradiso è il luogo della comunione e del silenzio adorante di una comunione di vita eterna.
Lasciamo che lo Spirito del Signore Gesù ci indichi la via del lasciare tutto per vivere in Dio.
Lasciamo oggi che questa presenza di vita ci accompagni non ad essere salvati
ma a seguire il destino del Figlio di Dio: morire per donare la vita.

Tu, o Signore, sei morto per essere un seme che nasce.
Tu, o Signore, vinci il principe di questo mondo con la morte tua e dei tuoi discepoli.
Tu, o Signore, ci inviti non a salvare noi stessi, ma a perdere la vita per il Vangelo.
Fa, o Signore, che la nostra povertà sia vera
che il seme del nostro corpo steso a terra nella morte non sia preda dell’assurdo dell’inferno
ma sia il seme di chi lascia tutto per trovare vita soltanto in Te!

Valledacqua, 21 marzo 2021
V domenica di Quaresima
Ger 31,31-34; Sal.50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

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