Lettera sull’Avvento

Cari amici,
l’Avvento è appena iniziato! E mi son trovato a pensare a come questo tempo benedetto ci faccia sperimentare qualcosa di straordinario: che oltre il tempo dell’uomo, quello che conosciamo, c’è un tempo diverso e più radicale: quello di Dio. Un tempo che ci raggiunge. Non a nostra disposizione, ma offerto a noi. Questo tempo è il futuro di Dio. Il luogo che noi chiamiamo eternità.
L’eternità è lo immaginiamo come una serie di momenti continuamente ripetuti e dilatati. L’eternità risponde essenzialmente all’azione di Dio. E a noi viene data in modo diverso da questo nostro tempo. Perché ci raggiunge dal domani. Viene verso di noi. Non è qualcosa che si prolunga davanti alla nostra vita, come accade adesso nella creazione. Ma viene addosso a noi e più che disporne (come accade con il tempo che viviamo) possiamo soltanto accoglierlo. Come dire che ci può travolgere e rivoltare.
L’Avvento è la celebrazione di questo mistero, dell’eternità di Dio che irrompe nel nostro tempo e lo trasforma, lo rinnova, lo stravolge. Lo dilata e lo mischia neanche fosse un film di Nolan. Perché, se ci pensate, sentiamo spesso il tempo futuro, ma di qualcosa che già conosciamo. Verrà, mentre è già venuto. Invochiamo come chi è disperato, mentre sappiamo bene chi è colui in cui abbiamo posto ogni nostra speranza! Potrebbe sembrare un misero giochino. Oppure possiamo parlare della seconda venuta nella gloria. E saremmo nel vero. Però ci rendiamo conto che tutti i piani temporali che viviamo sono sballati, rivoltati, mescolati.
Un po’ come accade nel Magnificat. Dove tutto è già avvenuto, mentre noi potremmo denunciare con forza che non è così. E se pensiamo al contesto in cui viene posto da san Luca, è ancora più sconcertante. Non c’è ancora nulla, se non il Verbo nel grembo della giovane Maria. Eppure. Tutta la storia della salvezza è compiuta, finita, piena. Consummata. Proprio come accade nell’Avvento. Non per nulla la Vergine Maria è una sua figura chiave. Centrale. È Lei che attende. Lei che mostra il Figlio che viene.
Così accadde anche a san Giovanni Battista. Che però – onesto! – a un certo punto non ci capì più nulla e mandò a chiedere al Signore se fosse proprio lui quello che aspettava. O se dovevano attenderne un altro. A differenza della Vergine Maria, che era immacolata e quindi libera dagli schemi orripilanti e rigidi in cui il peccato originale ci racchiude, Giovanni non riusciva a sintonizzarsi pienamente in questo sfasamento del tempo creaturale in cui si trovava. Lui, il più grande e l’ultimo dei profeti. Ma di cui non abbiamo libri e profezie ma solo qualche parola riportata dai Vangeli!
L’Avvento risplende di questa idea dell’attesa. Di un futuro che sta per incombere. Nelle penne dei migliori sceneggiatori è una catastrofe che viene. Ma nella vita liturgica – e quindi nella fede credente perché lex credendi legem statuat supplicandi – il futuro è qualcosa di straordinario e di sublime. È la piena manifestazione della bellezza di Dio, il compiersi della sua opera. Non la stagione finale di una serie, ma un modo diverso di vivere le cose, di essere nel tempo. Una vita in cui il prima e il dopo sono determinati solo dalla misericordiosa volontà del Padre. Noi siamo soggetti ai nostri errori, alle nostre riuscite. Siamo vittima di decisioni altrui o degli eventi della storia e della vita personale. E difficilmente possiamo vedere l’eternità di Dio che si intreccia e si dipana tra questi eventi posti – rigidamente e inesorabilmente – l’uno dietro l’altro.
L’esempio più eclatante di questo è l’idea del peccato e del perdono di Dio. Che noi fatichiamo a capire, a recepire, a vivere. Noi pecchiamo – cercando sempre, col meccanismo interiore del senso di colpa, un legame causa/effetto tra le nostre azioni e una condanna inesorabile – e poi ci confessiamo per poter essere “sanati”. Ma in realtà il perdono dei nostri peccati è già dato. La Croce del Signore già ha lavato ogni colpa. Eppure noi – giustamente – vediamo nel futuro questo evento che è passato. Perché il peccato ci porta indietro nel tempo. Ci riporta a quando Cristo è sconosciuto e lontano. Mentre la grazia – sempre – ci fa conoscere il Signore Gesù come l’unica verità possibile che ci abita, come il futuro che ci salva. O meglio, che costantemente viene a noi. Ci raggiunge.
L’eternità di Dio, infatti, non c’è. Non ha un momento in cui accade. Ma viene, arriva. È un evento. Sempre. E un evento totalmente nuovo e rinnovante. Non è una cosa definitiva o puntuale, ma è un lievito che perennemente ci rinnova. Nel tempo creaturale e in quel tempo che vivremo pienamente in Dio.
Vivere l’Avvento mi sembra che sia entrare in questo dinamismo, in questo modo di vedere le cose. Non abbiamo più un passato e un futuro. C’è solo una venuta di Dio che attendiamo. Il tempo diventa un tappeto dove le innumerevoli visite del Signore si collocano e ci permettono di unirci a Lui. Il tempo è il fondale che fa da sfondo all’azione provvidente del Padre. Il tempo c’è e sta lì per essere deformato dallo Spirito Santo e dalle sue incursioni. E il ritmo monastico della vita, questo cantus firmus di una vita sempre uguale, non è come rischia spesso di esserlo nelle fabbriche, negli uffici, un modo alienato di vivere succubi del tempo. Il tempo monastico è la griglia dove può agganciarsi la libera azione di Dio e non il capriccio dell’uomo. Facciamo sempre le stesse cose per poter accogliere la venuta del Signore in ogni momento. È la rivelazione del senso del tempo creaturale che esiste proprio per lasciare che l’agire di Dio, come un ago tra i fili tramati di una stoffa, possa liberamente svolgere il suo disegno. O viviamo così i nostri ritmi di vita oppure siamo condannati all’insoddisfazione e alla disillusione!
Così non viviamo con pesantezza i nostri momenti sempre uguali. Le nostre giornate sempre quelle. Ma gustiamo in esse l’irrompere di Dio. Non dobbiamo più preoccuparci del tempo, ma di Colui che viene in questo tempo per accorciarlo o dilatarlo, per abitarlo con la sua eternità.
Viviamo così l’Avvento. Impariamo dall’Avvento a poter vivere così le nostre vite. I nostri momenti. E in ogni istante diciamo “Vieni!” Solo in Dio che viene si trova la bellezza della nostra vita! Solo in Gesù che ci raggiunge, ogni istante della nostra vita e della storia umana trova pienezza, forza e splendore.
Vi saluto con affetto e conto sulla vostra preghiera.
Siate certi della mia!

francesco

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